Cosa rompe il flow nell’ultra-endurance
Il flow state non si decide. Non e’ un interruttore che si attiva con la forza di volonta’, ne’ uno stato mistico accessibile solo a pochi eletti. E’ un fenomeno neurofisiologico che emerge quando specifiche condizioni sono presenti — e nell’ultra-endurance, quelle condizioni vengono sistematicamente minacciate. Capire cosa lo rompe e’ piu’ utile che rincorrerlo.
La transient hypofrontality
Il modello piu’ accreditato per spiegare il flow e’ l’ipotesi della transient hypofrontality: uno spegnimento temporaneo e selettivo della corteccia prefrontale, l’area cerebrale deputata all’automonitoraggio, al dialogo interno, alla valutazione critica di se’ stessi. Quando la prefrontale riduce la sua attivita’, il cervello opera in un regime di massima efficienza elaborativa: l’informazione scorre senza filtri, il movimento diventa automatico, la percezione del tempo si altera e — aspetto cruciale per l’atleta — la percezione dello sforzo si scollega dall’output fisiologico reale.
E’ uno stato di enorme valore prestazionale. Ma e’ anche estremamente fragile, perche’ nell’ultra-endurance ci sono almeno tre fattori che lavorano attivamente contro di esso.
Primo fattore: la durata
Piu’ ore passano, piu’ il sistema nervoso centrale accumula affaticamento. Non e’ questione di forza mentale o di carattere: e’ neurobiologia. L’accumulo di citochine infiammatorie e il progressivo calo glicemico riducono la connettivita’ della rete fronto-parietale, il circuito che sostiene l’attenzione sostenuta e il focus selettivo. Il risultato e’ un collasso fisiologico della capacita’ di concentrazione che nessuna quantita’ di motivazione puo’ compensare. La nutrizione in gara — timing e quantita’ dei carboidrati — non e’ solo carburante muscolare: e’ anche carburante cognitivo.
Secondo fattore: il terreno
Nel trail running, ogni cambio di pendenza, ogni tratto tecnico, ogni ristoro rappresenta una micro-interruzione della continuita’ ritmica. Il cervello e’ costretto a prendere decisioni esplicite — dove mettere il piede, come dosare lo sforzo su una rampa, quando fermarsi al ristoro — e ogni decisione riattiva il circuito prefrontale. Non e’ un caso che gli atleti riportino episodi di flow piu’ frequentemente su corribili scorrevoli o salite a pendenza costante, e quasi mai su single track rocciosi dove il calcolo esplicito dell’appoggio e’ continuo.
Terzo fattore: il pacing
L’errore piu’ comune e’ partire sopra soglia. L’accumulo precoce di lattato, la FC che sale oltre le attese, la dispnea che compare troppo presto: il cervello riceve segnali di allarme dal corpo e attiva immediatamente la vigilanza. Il flow e’ incompatibile con uno stato di minaccia fisiologica: non si puo’ entrare in uno stato di massima efficienza elaborativa mentre il sistema nervoso sta processando segnali di pericolo interno.
Il paradosso della gara importante
C’e’ un’ulteriore contraddizione specifica del contesto competitivo: piu’ la gara e’ importante, piu’ il dialogo interno si intensifica. L’atleta si monitora, controlla gli split, confronta il passo con la tabella di gara, si giudica — tutte attivita’ che richiedono l’intervento della corteccia prefrontale. Per questo il flow si manifesta piu’ spesso in allenamento che in gara, e piu’ nelle gare di importanza percepita medio-bassa che negli eventi target della stagione.
Strategie concrete
Creare le condizioni perche’ il flow possa emergere non e’ un esercizio di mindset. E’ un lavoro tattico che inizia prima del via.
Prima della gara: segmentare il percorso in obiettivi di processo, non di risultato. Checkpoint operativi — stato dell’idratazione, qualita’ della tecnica di discesa, regolarita’ nell’assunzione di carboidrati — invece di split cronometrici. Il cervello ha bisogno di obiettivi chiari e feedback immediato per ridurre l’attivita’ prefrontale.
Durante la gara: spostare deliberatamente l’attenzione dai segnali interni (livello di fatica, FC, RPE percepito) a segnali esterni ritmici — il suono del respiro, il ritmo dell’appoggio del piede, la linea del sentiero. Si chiama external focus of attention ed e’ una tecnica ampiamente validata nella psicologia dello sport per ridurre l’attivazione corticale non necessaria.
In allenamento: costruire sessioni specifiche di esposizione a ritmo gara su tratti lunghi e variabili, con nutrizione integrata e in assenza di distrazioni. E’ questo il vero laboratorio del flow: non la mindfulness, non le visualizzazioni creative, ma la ripetizione in condizioni che simulano la complessita’ della gara.
La domanda da porsi non e’ “sono riuscito a entrare in flow?”. E’ piu’ utile chiedersi: “quali condizioni ho creato oggi perche’ potesse accadere, e quali fattori l’hanno impedito?”.

Manuel Cavalieri è TrainingPeaks Accredited Coach
Questo è un articolo della Sport Academy
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