Il choking: quando il gesto si disgrega
Nel trail e nell’endurance, il DNF (Did Not Finish) viene spesso interpretato come un fallimento della volontà. La ricerca in psicologia dello sport suggerisce invece un meccanismo diverso: il choking, ovvero il crollo della prestazione sotto pressione. Beilock e Carr (2001) hanno dimostrato che, nelle abilità motorie altamente automatizzate, la pressione spinge l’atleta a un monitoraggio esplicito del gesto. Movimenti che dovrebbero scorrere in modo procedurale — la falcata in discesa, la pedalata in salita — vengono scomposti e controllati passo per passo. Questo interrompe la fluidità dell’esecuzione, aumenta il carico cognitivo e porta a un rapido deterioramento della performance.
Il choking non è un deficit di abilità, ma un’interferenza attentiva. L’atleta esperto, che in condizioni normali esegue il gesto in modo automatico, sotto stress inizia a “pensare troppo”. Il risultato è una prestazione frammentata, un aumento della fatica percepita e, nei casi estremi, la decisione di ritirarsi.
Ansia e fiducia: un equilibrio fragile
L’ansia cognitiva è spesso chiamata in causa, ma il suo impatto è meno diretto di quanto si creda. La meta-analisi di Woodman e Hardy (2003), basata su 48 studi, mostra che l’autoefficacia (fiducia nelle proprie capacità) ha un effetto positivo sulla prestazione (r=+0.24) significativamente più forte dell’effetto negativo dell’ansia (r=−0.10). Questo significa che lavorare sulla costruzione della fiducia è più efficace che tentare di sopprimere l’ansia.
Quando la fiducia vacilla, l’atleta diventa vulnerabile al monitoraggio esplicito. I pensieri parassiti (“sto correndo male”, “non ce la farò”) innescano un circolo vizioso: l’attenzione si sposta dal compito all’auto-valutazione, il gesto si degrada, la fatica aumenta e la probabilità di DNF cresce. Non è l’ansia in sé a causare il ritiro, ma la perdita di autoefficacia che apre la strada al choking.
Flow: l’opposto del choking
Il flow, descritto da Swann et al. (2012) in una revisione su atleti d’élite, rappresenta lo stato ottimale opposto. È caratterizzato da immersione totale nel compito, equilibrio tra sfida e abilità, e assenza di pensiero auto-cosciente. Nel flow, l’attenzione è completamente assorbita dall’azione, senza interferenze. Questo stato non è casuale: può essere facilitato da una preparazione adeguata, da un focus attentivo ben indirizzato e da condizioni ambientali favorevoli.
Il passaggio dal flow al choking può essere sottile. Un errore imprevisto, un cambiamento delle condizioni meteo, un calo di energie possono rompere l’equilibrio e innescare il monitoraggio esplicito. Riconoscere i primi segnali di questa transizione — la comparsa di pensieri analitici sul gesto, la sensazione di dover “controllare” ogni passo — è cruciale per prevenire il DNF.
Dal meccanismo al DNF: riconoscere i segnali
Il DNF non è una scelta consapevole e razionale nella maggior parte dei casi. È il punto di arrivo di un processo di disgregazione attentiva. L’atleta trail può imparare a identificare i precursori: frammentazione del movimento, dialogo interno negativo, aumento sproporzionato della fatica percepita a parità di sforzo. Intervenire in questa fase, prima che il crollo diventi irreversibile, è possibile.
L’allenamento all’auto-consapevolezza in condizioni di pressione — senza cadere nel controllo esplicito — è una strategia supportata dalla ricerca. Esporsi gradualmente a situazioni che simulano lo stress competitivo, mantenendo il focus sull’azione e non sull’analisi, aiuta a preservare l’automatismo del gesto anche sotto pressione. Non si tratta di “credere di più in sé stessi”, ma di allenare un sistema attentivo che resti stabile quando la gara si fa dura.

Manuel Cavalieri è TrainingPeaks Accredited Coach
Questo è un articolo della Sport Academy
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