Come gestire i lunghi specifici nel picco di forma per una ultra alpina

Two hikers with trekking poles on a rocky alpine ridge, jagged mountains in the background under a blue sky.

Quel lungo che non doveva andare così

Era una domenica di fine agosto quando accompagnai un atleta nel suo ultimo lungo pre-gara: 9 ore sui sentieri, 4.000 metri di dislivello, quota media sopra i 2.000 metri. Il piano era semplice: simulare la prima metà della sua 100 miglia alpina. Ma dopo 7 ore, nausea e vomito lo costrinsero a fermarsi. Non era la prima volta. Il pattern si ripeteva da mesi: ogni sforzo oltre le 7-10 ore innescava un blocco gastrico che nessuna modifica di gel o elettroliti riusciva a scardinare.

Quel giorno, però, avevamo in tasca una novità: una rotazione oraria di fonti caloriche, con sapori e consistenze completamente diversi tra loro. Il risultato fu una seduta di 16 ore senza un solo problema gastrointestinale. Non era magia, ma la conferma che nei lunghi specifici del picco di forma non si testa solo la resistenza muscolare: si costruisce la strategia nutrizionale che ci porterà al traguardo.

Perché i lunghi specifici non sono solo chilometri

Quando si prepara una ultra alpina di oltre 100 miglia con dislivelli che superano i 20.000 metri, il periodo di picco richiede un cambio di prospettiva. L’obiettivo non è più accumulare volume, ma riprodurre le condizioni di gara in modo così fedele da rendere ogni ora spesa in montagna un investimento diretto sulla prestazione. Significa portare in allenamento il dislivello reale, l’altitudine, il terreno tecnico e, soprattutto, l’intensità che sosterremo per 24 ore o più.

Un errore frequente è pensare che più ore si passano sui sentieri, meglio è. In realtà, la qualità del tempo speso conta più della quantità. Un lungo specifico ben progettato può valere due uscite improvvisate, perché permette di anticipare i problemi che in gara diventano critici: dalla tolleranza gastrica alla capacità di correre in discesa a gambe stanche, fino alla gestione mentale della notte.

La lezione del vomito: intensità e flusso sanguigno

Il caso del mio atleta non è isolato. Dopo anni di solo allenamento aerobico a bassa intensità, il suo corpo aveva perso la capacità di tollerare qualsiasi aumento di sforzo in salita, anche a frequenze cardiache moderate. Appena la FC saliva, il flusso sanguigno veniva deviato dall’apparato digerente ai muscoli, innescando il rigetto del cibo. E questo accadeva sistematicamente tra l’ora 7 e l’ora 10.

La soluzione non è stata abbassare ulteriormente l’intensità (impossibile su pendenze alpine), ma integrare una rotazione oraria di sapori e consistenze: nutrizione liquida, gel, cibi solidi salati, caramelle acide, bevande ipotoniche. Alternare ogni ora previene l’affaticamento palatale e facilita il transito verso l’intestino tenue. Questo approccio va testato proprio nei lunghi specifici del picco, mai lasciato al caso. E funziona anche quando l’altitudine media supera i 2.000 metri, dove la ridotta disponibilità di ossigeno accentua la deviazione del flusso sanguigno.

Come strutturare i lunghi specifici nel picco di forma

Non esiste una formula unica, ma alcuni principi si sono rivelati efficaci nella preparazione di ultra alpine con dislivelli estremi.

Back-to-back progressivi. Il sabato simulo la prima metà di gara, concentrando circa il 60% del dislivello totale previsto. La domenica lavoro sulla capacità di correre in discesa a gambe stanche, con un volume inferiore ma un focus sulla tecnica e sul ritmo in discesa (8-10 min/miglio su sentieri poco tecnici). Questo schema allena il corpo a gestire il carico eccentrico quando la fatica è già presente, una richiesta tipica delle ultra alpine dove le discese sono lunghissime.

Simulazione del profilo altimetrico. Analisi di percorsi alpini mostrano che spesso oltre il 50% del dislivello positivo è concentrato nella prima metà di gara. Un lungo specifico efficace deve replicare questo “front-loading”, insegnando all’atleta a dosare l’intensità quando la pendenza supera il 20% e l’hiking con i bastoncini diventa la strategia dominante.

Inserimento di una gara minore. Una competizione di 50-60 chilometri con 3.000-3.500 metri di dislivello, collocata due o tre settimane prima del picco massimo, può fungere da lungo specifico in contesto reale. Permette di testare la nutrizione, l’attrezzatura e la strategia di pacing sotto lo stress della gara, senza il costo fisico di una 100 miglia.

Monitoraggio e adattamento. Nel picco, la variabilità cardiaca (HRV) e la percezione soggettiva diventano bussole fondamentali. Se i valori scendono troppo, meglio accorciare il lungo e preservare la freschezza, anziché insistere e arrivare al via scarichi.

Il tempo come risorsa scarsa: qualità contro quantità

Molti atleti amatoriali hanno a disposizione solo il fine settimana per i lunghi. Ecco perché ogni ora deve avere uno scopo chiaro. Invece di uscite infinite a ritmo lento, preferisco sessioni di 5-6 ore con 2.500-3.000 metri di dislivello, dove ogni salita è un’occasione per allenare l’hiking power su pendenze severe e ogni discesa per affinare la tecnica. Se il tempo è davvero poco, un back-to-back di 4 ore il sabato e 3 ore la domenica, con forte verticalità, può essere più specifico di una singola uscita di 8 ore piatta.

La chiave è arrivare al giorno della gara con la certezza che il corpo e la mente sappiano esattamente cosa fare quando la fatica arriva. Perché in una ultra alpina non si improvvisa nulla, nemmeno il modo in cui si mangia una caramella alla settima ora di corsa.

Buone corse!

Riferimenti

  • Preparazione e strategia per una 200 miglia alpina — analisi di un caso studio su nausea e rotazione nutrizionale
  • Analisi del percorso di una 50K alpina: distribuzione del dislivello e richieste prestative
  • Scheda di una gara di 55K con elevato dislivello come lungo specifico
  • Documentario su un’edizione passata di una 100 miglia alpina: strategia di pacing e gestione ristori

Manuel Cavalieri è TrainingPeaks Accredited Coach

Questo è un articolo della Sport Academy

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