Effetto placebo e aspettativa nella performance: non e solo questione di testa

Hiker standing on a rocky mountain ridge at sunrise, overlooking a sea of clouds and jagged peaks.

Effetto placebo e aspettativa nella performance

Se dai a un atleta una capsula di zucchero dicendogli che contiene un integratore in grado di migliorare la prestazione, in una percentuale significativa di casi la prestazione migliora davvero. Non serve magia: il sistema di aspettative modula direttamente la risposta fisiologica. E lo fa in modo misurabile.

Nel mondo del trail e dell’ultra endurance si parla molto di testa, ma spesso in modo generico. L’effetto placebo, invece, ci dà un meccanismo concreto per capire come l’aspettativa incida sulla performance. Non c’è niente di mistico: è neurofisiologia.

Come funziona l’aspettativa: il caso dell’exercise-induced hypoalgesia

La ricerca sull’exercise-induced hypoalgesia (EIH) — la riduzione della sensibilità al dolore indotta dall’esercizio — fornisce dati molto chiari. In uno studio recente (Miyanji et al., 2026), è stato dimostrato che le aspettative cognitive modulano l’effetto antidolorifico dell’allenamento:

  • Aspettative positive aumentano significativamente la soglia del dolore sul sito muscolare allenato durante esercizi ad alto carico (p = 0.01).
  • Aspettative negative riducono la soglia del dolore in sedi muscolari distanti da quelle allenate, amplificando la percezione di fatica anche dove lo stimolo meccanico è assente.

Il cervello non si limita a ricevere segnali dal corpo: li filtra, li amplifica o li attenua in base a ciò che si aspetta. L’aspettativa non è un accessorio psicologico, è una variabile fisiologica.

Non è un inganno

Chiariamo subito un punto: l’effetto placebo non sostituisce l’allenamento. Non esiste integratore, rituale o narrativa che possa compensare un volume insufficiente o una progressione sbagliata. Ma ignorare l’effetto placebo significa rinunciare a una leva reale.

Il modo in cui un coach presenta un workout — il linguaggio che usa, il contesto che costruisce, le informazioni che sceglie di dare o di omettere — incide sulla risposta fisiologica dell’atleta tanto quanto la struttura dello stimolo. Non è comunicazione accessoria: è parte integrante della metodologia di allenamento.

Il rovescio: l’effetto nocebo

C’è un rovescio della medaglia che nel coaching viene spesso trascurato. Un atleta convinto che un certo carico sia insostenibile, o che una seduta sia «troppo dura» ancora prima di iniziarla, attiva meccanismi protettivi anticipatori che riducono la tolleranza allo sforzo. Non è mancanza di carattere: è il sistema nervoso centrale che regola l’output motorio in funzione delle aspettative.

Questo significa che la narrativa interna dell’atleta — e quella esterna proposta dal coach — ha un impatto diretto su ciò che l’atleta può effettivamente esprimere in allenamento e in gara.

Implicazioni pratiche per il coaching

Nel lavoro quotidiano con atleti di trail e ultra endurance, l’effetto placebo ha implicazioni operative precise:

  • Presentazione del workout: spiegare il razionale fisiologico di una seduta difficile non è un favore psicologico, è un intervento sul sistema di aspettative che può aumentare la tolleranza allo sforzo.
  • Gestione del feedback: rinforzare i progressi oggettivi (numeri, dati, sensazioni riportate) costruisce un’aspettativa di competenza che si autoalimenta.
  • Linguaggio nei momenti critici: durante un blocco di carico, il modo in cui si comunica la fatica all’atleta può trasformare un segnale fisiologico normale in un allarme, oppure in un dato da gestire.
  • Pre-gara: costruire un’aspettativa realistica ma orientata alla performance, basata sui dati di preparazione, è parte del tapering tanto quanto la riduzione del volume.

Un sistema unico

L’effetto placebo non è un fenomeno misterioso da relegare alla psicologia spicciola. È la dimostrazione più diretta che mente e corpo non sono due entità separate che dialogano: sono un sistema unico. Nel modello di prestazione dell’atleta di endurance, i fattori mentali e quelli condizionali non si sommano: si moltiplicano.

Trattarli come un tutt’uno non è filosofia da spogliatoio. È metodologia dell’allenamento. E chi allena atleti che passano ore in montagna, spesso da soli, con il dolore e la fatica come compagni di viaggio, lo sa meglio di chiunque altro.

Dipendenza da allenamento e identità sportiva: quando la dedizione diventa un problema

Hiker standing on a rocky mountain ridge, checking a watch with a dramatic cloudy sky behind.

Dipendenza da allenamento e identità sportiva

Un atleta che salta un giorno di rest per paura di perdere la forma ha un problema. Non di fitness, di struttura identitaria. La dipendenza da allenamento è un pattern comportamentale che colpisce soprattutto gli atleti di endurance, dove il volume settimanale è elevato e la cultura del sacrificio è radicata.

Come si riconosce

I segnali sono precisi e misurabili:

  • Ansia quando il piano prevede un giorno di recupero programmato
  • Senso di colpa sistematico dopo aver saltato una sessione
  • RPE sovrastimata nei giorni di scarico, come se il corpo non accettasse la riduzione del carico
  • Incapacità di valutare il proprio valore al di fuori di chilometri percorsi e TSS accumulati
  • Sessioni non programmate aggiunte autonomamente, anche contro le indicazioni del coach

Non si tratta di motivazione elevata. La motivazione è uno strumento funzionale alla prestazione. Qui parliamo di un meccanismo di dipendenza che compromette la qualità dell’allenamento e, a cascata, la performance.

La radice: identità sportiva ipertrofica

Il problema alla base è l’identità sportiva ipertrofica. Quando un atleta si identifica esclusivamente con la propria performance sportiva, ogni interruzione dell’allenamento diventa una minaccia esistenziale. Non sta perdendo fitness: sta perdendo il senso di sé.

La motivazione subisce uno spostamento critico. Da intrinseca — il piacere dell’attività, la soddisfazione del processo — diventa estrinseca: il bisogno di conferma numerica da ogni singola seduta. Ogni run deve produrre dati che validino l’identità. Un rest day, dove i dati non esistono, diventa un vuoto insopportabile.

Le conseguenze sul modello fitness-fatigue

Il risultato concreto è il crollo del modello fitness-fatigue, il framework che descrive la prestazione reale come differenza tra fitness (effetto positivo cumulativo, lento) e fatigue (effetto negativo cumulativo, rapido).

L’atleta dipendente accumula fatigue senza permettere la supercompensazione. Il recupero non avviene mai completamente. La curva della fatigue resta costantemente più alta di quanto il piano preveda, e il gap fitness-fatigue si riduce invece di ampliarsi.

La varietà degli stimoli, principio fondamentale della periodizzazione, viene progressivamente abbandonata. Ogni seduta diventa un test, ogni sessione deve validare l’identità. Gli allenamenti facili vengono trasformati in gare contro se stessi.

Cosa fa un coach

Un coach che osserva questi pattern deve intervenire sul piano di allenamento, non sulle emozioni. Le strategie operative sono:

  • Introdurre rest day obbligatori, non negoziabili, con monitoraggio della compliance
  • Variare la struttura degli allenamenti per rompere il pattern “ogni seduta = test”
  • Spostare il focus valutativo sui dati settimanali e mensili anziché giornalieri
  • Definire obiettivi di processo misurabili che non dipendano dalla singola performance
  • Nel casi severi, collaborazione con uno psicologo sportivo

L’obiettivo non è ridurre la dedizione dell’atleta all’allenamento. È costruire un’identità sportiva resiliente: una struttura che sopravviva a un giorno di pioggia che cancella l’uscita lunga, un infortunio che blocca per sei settimane, o un risultato deludente in gara. Un atleta che dipende dalla performance per definirsi è un atleta fragile, indipendentemente dai numeri sul cronometro.

Autoefficacia e RPE: perché due atleti uguali percepiscono lo sforzo in modo diverso

Hiker wearing a blue jacket and backpack climbs a rocky mountain ridge above clouds with snowy peaks on the horizon at dawn.

Autoefficacia e RPE: perché due atleti uguali percepiscono lo sforzo in modo diverso

Due atleti con lo stesso VO2max, stesso threshold, stesso carico di allenamento. Stesso workout, stessa potenza. Uno lo chiude con RPE 7, l’altro con RPE 5. Non è genetica. Non è condizione del giorno. È self-efficacy: la convinzione di saper portare a termine un compito specifico.

Il concetto, definito da Albert Bandura, è uno dei costrutti più solidi della psicologia dello sport. L’autoefficacia influenza direttamente la percezione dello sforzo: un atleta che si percepisce capace di completare una sessione attiva meno risorse attentive per monitorare la fatica. Il segnale fisiologico arriva uguale, ma viene processato come gestibile anziché allarmante. Il risultato è un RPE sistematicamente più basso a parità di carico esterno.

In preparazione atletica questo è un dato operativo, non un esercizio teorico.

Come l’autoefficacia modula la percezione dello sforzo

La ricerca mostra che gli atleti con alta self-efficacy tendono a interpretare i segnali fisiologici della fatica – accumulo di lattato, aumento della frequenza cardiaca, tensione muscolare – come indicatori di impegno piuttosto che come minacce al completamento del compito. Questo non significa che non sentano la fatica; significa che la decodificano in modo funzionale.

Il meccanismo è duplice:

  • Da un lato c’è una componente attentiva: meno energia mentale spesa a monitorare la fatica percepita lascia più risorse cognitive per il controllo motorio e il pacing.
  • Dall’altro c’è una componente interpretativa: lo stesso dato sensoriale viene etichettato come “gestibile” o “allarmante” in base alla convinzione di potercela fare.

Impatto sull’ultra-endurance

Nell’ultra-endurance, dove il pacing è regolato proprio sulla percezione dello sforzo, un deficit di self-efficacy produce effetti misurabili. L’atleta rallenta preventivamente. Si dosa in modo conservativo perché sente il carico come insostenibile, anche quando i dati fisiologici – potenza, frequenza cardiaca – indicano margine.

È un problema di calibrazione: non si tratta di un limite reale, ma di un errore di valutazione della capacità residua. Il risultato è una prestazione sotto-soglia, spesso attribuita erroneamente a mancanza di condizione.

Come si costruisce l’autoefficacia

Bandura indica quattro fonti principali di self-efficacy. Tre sono rilevanti per il coaching:

  • Mastery experience: esperienze di successo diretto. È la fonte più potente. Sessioni completate con successo accumulano evidenza interna di competenza.
  • Vicarious experience: osservazione di modelli simili che riescono. Allenarsi con atleti di livello leggermente superiore fornisce un riferimento credibile.
  • Verbal persuasion: feedback specifico e credibile. Non incoraggiamento generico, ma indicazioni concrete su cosa si sta facendo bene e perché.
  • Stati fisiologici: la capacità di interpretare correttamente i segnali del corpo riduce l’ansia da attivazione fisiologica.

In allenamento questo si traduce in micro-obiettivi calibrati, check-point verificabili, progressione graduale del carico. Non servono discorsi motivazionali. Serve costruire un archivio interno di sessioni portate a termine con successo.

La prossima volta che un workout sembra più duro del previsto a parità di condizioni, la domanda non è “sono in giornata no?”. La domanda è: la testa ha già deciso che non ce la farò, prima ancora che il corpo abbia raggiunto il limite?

Riferimento: Bandura, A. (1997). Self-Efficacy: The Exercise of Control. W.H. Freeman.

Flow State: non magia, ma condizioni

Female trail runner on a rocky mountain ridge at sunrise, wispy clouds below her.

Flow State: non magia, ma condizioni

Il flow state non è un fenomeno mistico. Non è qualcosa che “capita” agli atleti fortunati o ispirati. È un fenomeno psicofisiologico studiato e mappato da Mihaly Csikszentmihalyi, definito come uno stato di assorbimento totale nell’attività che si sta svolgendo. Coincide con un equilibrio preciso tra la percezione della sfida e la percezione delle proprie capacità.

Quando la sfida percepita eccede le capacità, arriva l’ansia. Quando le capacità superano la sfida, arriva la noia. Il flow sta nella zona centrale, stretta, dove entrambe sono alte e l’atleta opera al limite della propria competenza senza sentirsi sopraffatto.

Le tre condizioni indispensabili

Nel trail e nell’ultra endurance il flow non si “attiva” volontariamente. Si creano le condizioni perché emerga. E le condizioni sono concrete, non astratte:

  • Obiettivi chiari e segmentati. Non serve “dare tutto” per 80 km. Serve sapere cosa fare nei prossimi 20 minuti. La frammentazione della gara in micro-obiettivi è uno dei trigger più potenti del flow.
  • Feedback immediato. Il passo, la frequenza cardiaca, la distanza, la cadenza. Dati oggettivi che dicono all’atleta se è in linea con l’obiettivo. Senza feedback il cervello non può calibrare lo sforzo e il flow non parte.
  • Focus esclusivo sul presente. Non sul ristoro al km 60, non sulla classifica, non su cosa succederà dopo. Solo il metro che stai correndo. Il dialogo interno è il nemico numero uno del flow.

Senza questi tre elementi, il flow resta un’idea astratta. Con questi tre elementi, diventa una possibilità concreta.

Visualizzazione: allenamento, non autoipnosi

La visualizzazione pre-gara è uno strumento potente e spesso frainteso. Non serve a “immaginare di vincere” o a creare aspettative irrealistiche. Serve a creare familiarità con il percorso, a pre-attivare i circuiti neurali che userai in gara. Si chiamano neuroni specchio: il cervello non distingue nettamente tra un’azione immaginata e una eseguita, e visualizzare il gesto corretto rinforza il pattern motorio.

In pratica: studia il percorso, guarda le tracce GPX, impara a memoria i punti critici. Poi chiudi gli occhi e percorrilo mentalmente. Non una volta, più volte. Non è motivazione: è preparazione.

Cosa succede nel cervello durante il flow

I runner che riportano flow in gara descrivono sensazioni molto precise e ricorrenti: perdita della percezione del tempo, fusione tra azione e consapevolezza, assenza di dialogo interno. Non è uno stato mistico. È il cervello che opera al massimo dell’efficienza, con una riduzione dell’attività della corteccia prefrontale — la stessa area responsabile del dialogo interno, dell’autocritica, del dubbio.

Il termine tecnico è “ipofrontalità transitoria”. Meno rumore corticale, più efficienza motoria. Il corpo sa cosa fare perché lo ha fatto migliaia di volte in allenamento. Il flow è il momento in cui il cervello smette di ostacolare il corpo.

Implicazioni pratiche per coach e atleta

La domanda da porsi non è “come raggiungo il flow?” perché il flow non si raggiunge, non si forza, non si pretende. La domanda corretta è: “sto creando le condizioni perché il flow possa accadere?”

Se mancano obiettivi segmentati, feedback chiaro, focus sul processo — il flow resta un’idea astratta. Se invece queste condizioni sono presenti, il flow può emergere. Non sempre, non a comando. Ma con una probabilità molto più alta.

Il resto è allenamento. Come sempre.

Gestione della crisi in gara: riconoscerla, attraversarla, uscirne

Hiker with backpack on a rocky mountain ridge above clouds at sunset/dusk.

Gestione della crisi in gara: riconoscerla, attraversarla, uscirne

La crisi non e un cedimento mentale

Quando in gara le gambe smettono di rispondere, il passo crolla e la testa si annebbia, la lettura piu immediata — e piu sbagliata — e attribuire tutto a un cedimento motivazionale. Non e cosi.

La crisi ha quasi sempre una base fisiologica precisa: la curva della fatigue ha superato quella della fitness, l’omeostasi metabolica e compromessa oltre la soglia di compensazione, e il sistema nervoso centrale riduce il drive motorio in risposta allo squilibrio accumulato. Non e debolezza: e un meccanismo di autoprotezione. Il cervello rallenta il motore prima che il danno diventi strutturale.

Fitness e fatigue: il modello che spiega la crisi

Il modello a due fattori descrive la prestazione come differenza dinamica tra due curve: la fitness, effetto positivo cumulativo dell’allenamento, e la fatigue, effetto negativo che si accumula rapidamente. In gara, quando la fatigue supera il margine che la fitness concede, la prestazione crolla. Non gradualmente: c’e un punto di flesso oltre il quale il deterioramento accelera.

La finestra utile non e quando la crisi e conclamata — e prima, quando compaiono i segnali precoci: micromovimenti meno fluidi, restringimento del focus attentivo, errori tecnici che in condizioni normali non si verificano. Riconoscere questi segnali e una skill che si allena, come la soglia.

Cosa fare nella finestra pre-crisi

Quando i primi segnali compaiono, la strategia piu efficace e controintuitiva: rallentare prima di essere costretti a farlo.

  • Ridurre l’intensita del 5-10% per un blocco di 5 minuti.
  • Non fermarsi e non camminare: restare nel gesto ma scalare l’uscita motoria.
  • Durante questa finestra il sistema parasimpatico riprende margine di regolazione, il drive motorio centrale si riorganizza.

Chi aspetta di essere gia in crisi piena per reagire ha gia perso l’opportunita di uscirne.

Quando la crisi e gia esplosa

Se la finestra e stata mancata e la crisi e piena, la priorita cambia: non si tratta piu di salvare la prestazione, ma di attraversare il momento senza peggiorarlo. La strategia efficace e spezzare il problema in unita gestibili.

  • Dimenticare il traguardo e qualunque obiettivo intermedio lontano.
  • Ridurre l’orizzonte a un micro-obiettivo raggiungibile: il prossimo ristoro, i prossimi 3 km, il bivio successivo.
  • Raggiunto il micro-obiettivo, rivalutare. Solo allora decidere il passo successivo.

L’autotalk efficace non e motivazione

L’autotalk — il dialogo interno che ogni atleta ha con se stesso in gara — non funziona se diventa motivazione generica. «Dai che ce la fai» non sposta il rapporto fitness-fatigue. «Credici» non ripristina l’omeostasi metabolica.

L’autotalk funzionale e tecnico, neutro, orientato all’azione immediata: «Adesso arrivo a quel bivio, poi valuto». «Rallento del 5% per 5 minuti e controllo». «Mangio questo gel, bevo, riparto». Non e ispirazione: e procedura.

La vera preparazione mentale e esperienza allenante

La differenza tra chi esce dalla crisi e chi ne viene risucchiato non sta nella forza mentale in senso astratto. Sta nell’aver gia attraversato quella condizione — o una simile — in allenamento, e sapere esattamente cosa succede al corpo quando succede.

Simulare la crisi in contesti controllati, osservare i propri segnali precoci, sperimentare le strategie di uscita quando la posta in gioco e zero: e questo che costruisce la competenza di gestione della crisi in gara. Non si impara la sera prima con una frase motivazionale.

Desensibilizzazione progressiva come strategia di adattamento alla gara

Open water

Un atleta può arrivare al via con mesi di lavoro alle spalle, chilometri accumulati, soglie consolidate, sensazioni buone in allenamento. Eppure sentirsi instabile. Non perché il corpo non sia pronto, ma perché la situazione non è stata ancora normalizzata.

Prendiamo il nuoto di un triathlon medio o full. In piscina la distanza è chiara, misurabile, controllata. La temperatura è stabile, la linea nera accompagna ogni vasca, la respirazione trova un ritmo prevedibile. Se completi i 1900 o i 3800 metri in vasca, sai di avere la capacità aerobica necessaria. Il sistema cardiovascolare regge, la meccanica è efficiente, l’economia del gesto è consolidata. Tutto coerente.

Poi entri in acqua libera. L’orizzonte è ampio, il fondo scompare, il contatto con gli altri atleti rompe la linearità del gesto. La frequenza cardiaca sale prima ancora che il carico metabolico lo giustifichi. Non è un problema di condizione. È una risposta neurofisiologica all’incertezza. Il sistema nervoso centrale, quando non riconosce il contesto, aumenta il livello di allerta. Più tono muscolare, respirazione più alta, percezione dello sforzo amplificata. È protezione. Non debolezza.

La mente teme ciò che non ha già catalogato come sicuro. Se una situazione non ha precedenti, viene trattata come potenzialmente minacciosa. Anche quando, oggettivamente, non lo è.

La tranquillità, allora, non è uno stato emotivo da cercare. È un adattamento da costruire.

Ogni esposizione controllata a una condizione simile a quella di gara crea memoria. Memoria motoria, certo. Ma anche memoria percettiva ed emotiva. Il cervello impara che quell’acqua scura non è un pericolo, che il contatto in partenza è gestibile, che l’assenza di riferimenti visivi non compromette l’orientamento. L’allarme si riduce. Il gesto torna fluido.

Lo stesso principio vale nell’ultra trail. La notte spaventa se non l’hai mai attraversata correndo. Le 10 o 20 ore consecutive generano dubbio se non hai mai superato quella durata in allenamento. La crisi alimentare diventa ansia se non hai mai sperimentato un calo e la sua gestione. Non è la distanza in sé a creare tensione. È l’assenza di esperienza specifica.

L’allenamento non costruisce solo capacità fisiologiche. Costruisce precedenti. E quando in gara il sistema entra in una zona conosciuta, il consumo attentivo si riduce. Meno energia spesa per gestire l’incertezza. Più energia disponibile per la prestazione.

Ridurre l’ignoto significa ridurre l’ansia. È una conseguenza diretta.

Per questo la programmazione non può limitarsi a sviluppare volume e intensità. Deve includere situazioni che replicano, in modo progressivo, ciò che accadrà in gara. Acque libere prima del triathlon. Notturne prima dell’ultra. Prove di alimentazione sotto fatica. Simulazioni realistiche, non perfette.

Quando in gara fai qualcosa che hai già fatto, il corpo esegue e la mente non interferisce.

La tranquillità va preparata.

Questo è un articolo della Sport Academy

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Resilienza nelle gare di ultra trail: il segreto per essere finisher

Resilienza: ovvero la capacità di persistere nel perseguire obiettivi difficili.

L’aspetto psicologico nelle ultra distanze ha un ruolo di primo piano nella gestione della prestazione, perché nelle tante ore che caratterizzano l’attività siamo sottoposti a continui stressor da gestire in condizioni ambientali difficili e di elevato impegno fisico.

Ma come possiamo rendere mente e corpo più efficienti e preparati ad affrontare una Ultra?

Fondamentalmente dobbiamo lavorare su due elementi: la nostra valutazione cognitiva e il nostro centro di controllo.

Valutazione cognitiva

La valutazione cognitiva è l’interpretazione che diamo ad una particolare situazione, e questa può essere influenzata dalla nostra esperienza, dall’ambiente culturale e sociale, dalla nostra preparazione atletica, dai sentimenti del momento.

Un esempio su tutti è la percezione della fatica. La “fatica” è un dato totalmente soggettivo, che viene costruito dal nostro cervello e che risente dell’intervento della nostra valutazione cognitiva. Questo anche in funzione del “sentire comune”, ad esempio quando ci viene detto “quella gara è durissima” oppure “quella gara è una passeggiata”, oppure “quelle scarpe non vanno bene per questa gara”, eccetera.

L’aspettativa che costruiamo ha una conseguenza diretta sulla percezione dell’affaticamento, perché esiste una relazione tra valutazione cognitiva e risposta fisica allo stress.

Vi capita mai di faticare a finire 10km di fondo lento, anche se siete ultra maratoneti che in gara corrono per oltre 100km? Due ricercatori della Wake Forest University hanno dimostrato che la nostra percezione dello sforzo è influenzata dalle attese sulla durata temporale dell’impegno.

Ristrutturazione cognitiva

Ristrutturare cognitivamente qualcosa significa individuare gli elementi positivi di una situazione negativa, modificando il nostro punto di vista acquisendo l’esperienza che ci renderà meno vulnerabili in successive circostanze analoghe.

Se in una gara ci si rompono i lacci delle scarpe, invece di imprecare ci concentreremo sul ripararli e faremo tesoro dell’esperienza per portarne un paio di riserva nella prossima.

Se una gara di 100km ci sembra interminabile ci concentreremo su obiettivi parziali, come ad esempio i ristori, suddividendo l’impegno in “frame” (questa tecnica cognitiva viene infatti denominata “framing”), in questo modo si avranno obiettivi più facilmente raggiungibili con in più lo stimolo dell’appagamento dato dal ristoro stesso.

La ristrutturazione cognitiva è fondamentale per rafforzare il nostro senso di controllo.

Senso di controllo

Per parlare di “controllo” è innanzitutto fondamentale individuarne il “locus”: il posizionamento del nostro senso di contollo.

Coloro che pongono il luogo del controllo dentro di sé, ritengono che le cose dipendano in massima parte da loro: farcela o non farcela, raggiungere o meno un obiettivo dipende dalle proprie capacità e dal proprio impegno. L’individuo con il luogo del controllo esterno ritiene invece che la propria vita e il raggiungimento degli obiettivi siano determinati dal fato, dal caso, dalla fortuna o dagli astri.

Il meccanismo che fa funzionare positivamente il senso di controllo si basa sull’impegno: impegnarsi duramente per raggiungere un obiettivo significa vedere gli eventi come, almeno in parte, dipendenti da noi.

Aumentare il senso di controllo

Il piacere di “esserci riusciti” è un piacere intenso, più stabile e profondo di quello dato da “vincere”. Provare a raggiungere il proprio limite è spesso la prima motivazione di chi si avvicina alle ultra distanze, ed arrivare in fondo, essere finisher, diventa la realizzazione di un importante traguardo di crescita personale.

Per aumentare il senso di controllo in gara è necessario allenarsi duramente costruendo i condizionamenti necessari al percorso ed alla prestazione (realistica) che abbiamo programmato di ottenere: senza un allenamento adeguato non possiamo aspettarci i risultati desiderati.

Ma non è solo l’allenamento fisico a darci la confidenza nella nostra prestazione. Quando la gara si sviluppa in un ambiente particolarmente tecnico, che può variare la difficoltà in base alle condizioni meteo, diventa importante cercare di ottenere informazioni capillari sul percorso: lunghezza, dislivello, salite, lunghezza delle salite, fondo, ristori, temperature, eccetera, in modo da poter anticipare e gestire tutto quello che potrebbe sfuggire al controllo. E, di conseguenza, rinunciare a governare ciò che non si può gestire.

Anche le condizioni emotive devono essere allenate e governate, come ad esempio lo stress di molte ore di gara, la privazione del sonno, ore ed ore sotto la pioggia. Dobbiamo essere preparati a gestire tutto ciò che non ci piace attraverso allenamenti progressivi, con obiettivi sfidanti ma raggiungibili.

Esperienze che devono essere intense emotivamente, perché questi stimoli finiscono per edificare nuove strutture neurali e nuovi modelli della realtà nel cervello dell’atleta, quindi una valutazione cognitiva coerente con un maggior senso di controllo.

Imparare a gestire lo stress in una prestazione sportiva “estrema” si sviluppa nella definizione di un programma che combina l’allenamento atletico ed un intervento sui fattori cognitivi.

Lavorando sul senso di controllo, anche una persona che non è né un fuoriclasse né un professionista può compiere imprese che hanno dell’incredibile.

“Non ho poteri magici: la forza interiore è il mio potere magico. Non ho poteri divini: la lealtà (chûgi) è il mio potere divino.”

Così recitava il credo dei samurai