Autoefficacia e RPE: perché due atleti uguali percepiscono lo sforzo in modo diverso

Hiker wearing a blue jacket and backpack climbs a rocky mountain ridge above clouds with snowy peaks on the horizon at dawn.

Autoefficacia e RPE: perché due atleti uguali percepiscono lo sforzo in modo diverso

Due atleti con lo stesso VO2max, stesso threshold, stesso carico di allenamento. Stesso workout, stessa potenza. Uno lo chiude con RPE 7, l’altro con RPE 5. Non è genetica. Non è condizione del giorno. È self-efficacy: la convinzione di saper portare a termine un compito specifico.

Il concetto, definito da Albert Bandura, è uno dei costrutti più solidi della psicologia dello sport. L’autoefficacia influenza direttamente la percezione dello sforzo: un atleta che si percepisce capace di completare una sessione attiva meno risorse attentive per monitorare la fatica. Il segnale fisiologico arriva uguale, ma viene processato come gestibile anziché allarmante. Il risultato è un RPE sistematicamente più basso a parità di carico esterno.

In preparazione atletica questo è un dato operativo, non un esercizio teorico.

Come l’autoefficacia modula la percezione dello sforzo

La ricerca mostra che gli atleti con alta self-efficacy tendono a interpretare i segnali fisiologici della fatica – accumulo di lattato, aumento della frequenza cardiaca, tensione muscolare – come indicatori di impegno piuttosto che come minacce al completamento del compito. Questo non significa che non sentano la fatica; significa che la decodificano in modo funzionale.

Il meccanismo è duplice:

  • Da un lato c’è una componente attentiva: meno energia mentale spesa a monitorare la fatica percepita lascia più risorse cognitive per il controllo motorio e il pacing.
  • Dall’altro c’è una componente interpretativa: lo stesso dato sensoriale viene etichettato come “gestibile” o “allarmante” in base alla convinzione di potercela fare.

Impatto sull’ultra-endurance

Nell’ultra-endurance, dove il pacing è regolato proprio sulla percezione dello sforzo, un deficit di self-efficacy produce effetti misurabili. L’atleta rallenta preventivamente. Si dosa in modo conservativo perché sente il carico come insostenibile, anche quando i dati fisiologici – potenza, frequenza cardiaca – indicano margine.

È un problema di calibrazione: non si tratta di un limite reale, ma di un errore di valutazione della capacità residua. Il risultato è una prestazione sotto-soglia, spesso attribuita erroneamente a mancanza di condizione.

Come si costruisce l’autoefficacia

Bandura indica quattro fonti principali di self-efficacy. Tre sono rilevanti per il coaching:

  • Mastery experience: esperienze di successo diretto. È la fonte più potente. Sessioni completate con successo accumulano evidenza interna di competenza.
  • Vicarious experience: osservazione di modelli simili che riescono. Allenarsi con atleti di livello leggermente superiore fornisce un riferimento credibile.
  • Verbal persuasion: feedback specifico e credibile. Non incoraggiamento generico, ma indicazioni concrete su cosa si sta facendo bene e perché.
  • Stati fisiologici: la capacità di interpretare correttamente i segnali del corpo riduce l’ansia da attivazione fisiologica.

In allenamento questo si traduce in micro-obiettivi calibrati, check-point verificabili, progressione graduale del carico. Non servono discorsi motivazionali. Serve costruire un archivio interno di sessioni portate a termine con successo.

La prossima volta che un workout sembra più duro del previsto a parità di condizioni, la domanda non è “sono in giornata no?”. La domanda è: la testa ha già deciso che non ce la farò, prima ancora che il corpo abbia raggiunto il limite?

Riferimento: Bandura, A. (1997). Self-Efficacy: The Exercise of Control. W.H. Freeman.

Alcune cose da sapere su affaticamento e recupero muscolare

Dopo una gara o un allenamento intenso è necessario prendersi cura del nostro organismo in modo corretto per ripristinare le condizioni di equilibrio fisiologico di base. Quanto più si è in grado di recuperare velocemente e tanto è maggiore la possibilità di allenasi, e di conseguenza, di ottenere prestazioni sempre più elevate.

In questo articolo vedremo le condizioni di affaticamento più comuni e le strategie per il recupero.

Esaurimento energetico

Il glicogeno è il principale elemento per la produzione di energia ed il primo ad andare incontro ad esaurimento, soprattutto se lo sforzo è particolarmente intenso e prolungato.

Questo avviene perché rispetto ai grassi è molto efficiente: reagisce molto velocemente non ha nemmeno bisogno dell’ossigeno. 

L’esaurimento del glicogeno induce un sostanziale degrado delle prestazioni perché priva i muscoli del carburante necessario alla resintesi dell’ATP, e quindi alla contrazione muscolare, durante gli sforzi di intensità elevata.  

Gli effetti conseguenti all’esaurimento del glicogeno sono:

  • pesantezza muscolare
  • disagio respiratorio
  • perdita di concentrazione
  • il catabolismo delle proteine aumenta da quattro a dodici volte
  • si ha una forte riduzione della prestazione

Per questo diventa necessario il reintegro delle scorte di glicogeno dopo l’allenamento, sia per per agevolare il recupero muscolare sia per reintegrare il combustibile che ci servirà per il successivo allenamento.

Inoltre, l’apporto di carboidrati nel post allenamento migliora i processi di sintesi proteica e quindi di recupero muscolare.

Il reintegro generalmente viene fatto con carboidrati ad alto indice glicemico, come succhi di frutta, frutta, riso, pasta, patate, pane.

Cos’è il glicogeno
Il glicogeno è la forma in cui i carboidrati vengono stoccati nei muscoli e nel fegato, dopo essere stati trasformati in glucosio dall’intestino. Le cellule muscolari successivamente ritrasformano il glicogeno in glucosio per la produzione di energia. 
Quando esauriamo il glicogeno muscolare (il 70% del totale), viene rilasciato il glicogeno stoccato nel fegato (il 30%) sotto forma di glucosio, che tramite il sangue e l’insulina arriva ai muscoli per la produzione di nuova energia. 

Accumulo di acido lattico

A fronte di un lavoro muscolare ad elevata intensità si ha la formazione di acido lattico come sottoprodotto della produzione di energia. All’interno della cellula l’acido lattico viene trasformato in lattato e viene messo in circolo “inondando” le fibre muscolari. 

Sotto una certa intensità il lattato può essere ossidato per produrre ulteriore energia (ciclo di krebs) mentre un’altra frazione viene recuperata per essere ritrasformata in glucosio o glicogeno nel fegato (ciclo di Cori).

I muscoli non tollerano per molto tempo la presenza di questa sostanza e con l’aumentare della concentrazione si ha un sensibile peggioramento delle prestazioni riscontrabili in:

  • elevata pesantezza muscolare
  • forte disagio respiratorio
  • scadimento della capacità di concentrazione
  • peggioramento dell’azione di corsa

Questo tipo di fatica di solito si avverte nelle ripetute brevi e molto veloci, ma è una sensazione ben conosciuta anche dagli ultra trailer durante, ad esempio, affrontando salite ripide a ritmo piuttosto spinto o allunghi veloci in salita.

Lo smaltimento del lattato avviene attraverso i meccanismi aerobici, quindi è consigliabile mantenersi in movimento per agevolare il recupero (recupero attivo, a ritmo lento) piuttosto che fare una pausa “da fermi”. 

Il tempo di smaltimento del lattato viene chiamato come tempo di dimezzamento. Se il tempo di dimezzamento è 12 minuti e la sua concentrazione nel picco massimo (mediamente 5 minuti dalla fine dello sforzo) è di 20 mmol/L, dopo 12 minuti dal picco massimo sarà di 10 mmol/L, dopo altri 12 minuti sarà di 5 mmol/l , dopo altri 12 minuti sarà di 2,5mmol/l e quindi dopo 72 minuti dal picco massimo avremo 1,25mmol. Dopo un’ora e trenta il saremo sicuramente tornato a livelli di base (1mmol/l),.
Riguardo al tempo di dimezzamento, occorre notare che esso varia da atleta ad atleta e diminuisce in soggetti alllenati. 

La resistenza al lattato ed il tempo di dimezzamento sono parametri che si possono migliorare tramite l’allenamento. Le ripetute medie tra i 1500 ed i 3000 metri con recupero attivo, sono le più indicate per migliorare la tolleranza a questa sostanza.

Si stima che durante una maratona, circa la metà dell’energia di contrazione del cuore derivi dal meccanismo d ossidazione del lattato, mentre in condizioni di riposo questa percentuale non supera il 10%.

Distruzione delle fibre muscolari

L’impatto con il terreno provoca affaticamento dovuto a piccoli traumi che si verificano ai danni delle fibre muscolari e delle articolazioni. Quanto più lunga è la distanza percorsa e tanto maggiore sarà il danno e quindi l’affaticamento. 

E’ la fatica tipica del trail runner, ed in particolare di chi si cimenta nelle ultra. Per questo è necessario avvicinarsi all’endurance in modo progressivo, facendo propri gli adattamenti muscolari specifici che questa disciplina richiede.

I gruppi muscolari maggiormente coinvolti da questo tipo di affaticamento sono i quadricipiti, in particolare nella corsa in discesa dove l’impatto con il terreno determina una contrazione eccentrica (stiramento) che si oppone a quella concentrica (accorciamento) causando micro lesioni muscolari. 

L’indolenzimento può essere anche provocato da un’altra forma di distruzione muscolare dovuta all’esaurimento delle scorte di glicogeno. In questo caso, l’organismo per continuare a sostenere lo sforzo, utilizza gli acidi grassi che però hanno sempre bisogno del glucosio per essere “bruciati” e quando questo non è più disponibile nelle scorte, viene risintetizzato a partire dagli amminoacidi che compongono la struttura dei muscoli.

Rabdomiolisi
Con il termine rabdomiolisi si indica un danno grave del muscolo scheletrico, con conseguente rilascio nel torrente sanguigno di numerosi composti, come mioglobina, ma anche creatina, calcio, potassio ed acido urico. La mioglobina è molto tossica per i reni, perché accumulandosi nei nefroni può essere causa di una possibile insufficienza renale (per questo diventa importantissima l’idratazione che, tra le altre caratteristiche, permette di diluire le sostanze tossiche).
La rabdomiolisi è caratterizzata da sintomi ben precisi; tra questi un affaticamento generale e una colorazione rosso-brunastra delle urine, dovuta al riversamento del pigmento mioglobina nel sangue.
Come detto in precedenza, la mioglobina è nefrotossica perché, se presente nel sangue, tende ad accumularsi nei reni, causando seri problemi a questi organi. Quando il livello di mioglobina supera il grammo/litro, le urine assumono un colore molto scuro.

Per recuperare da questo tipo di affaticamento è necessario ripristinare innanzitutto le scorte di glicogeno ed integrare con amminoacidi essenziali oppure assumere proteine di buona qualità, in polvere o tramite l’alimentazione.  

Le proteine si occupano di ricostruire la parte muscolare che è stata “consumata” con lo sforzo. Se l’apporto proteico della dieta è adeguato in genere non c’è nessuna difficoltà a recuperare entro l’allenamento successivo.

Differente è il ruolo giocato dai microtraumi; nei casi più gravi (quelli di prestazioni molto intense come durata o come sforzo, per esempio una maratona o un trail) il recupero piò richiedere alcuni giorni di stop, dove per “stop” non si intende riposo assoluto ma una attività fisica a basso impatto per agevolare i processi fisiologici di guarigione.

Vuoi raggiungere un obiettivo agonistico che sia FINISHER o il PODIO, o più semplicemente iniziare a correre? Guarda i miei programmi di Preparazione Atletica e contattami per un colloquio preliminare.

Affaticamento, overreaching e overtraining. Riconoscere la fatica per allenarsi al meglio

“La fatica non esiste”

Nico Valsesia

La fatica

Per fatica si intende quella situazione in cui si ha un decremento più o meno significativo delle prestazioni per l’incapacità di sostenere l’intensità dell’attività sportiva a causa di una alterata percezione dello sforzo.

Il decremento delle prestazioni può essere oggettivo e misurabile oppure soggettivo riconducibile percezione dello sforzo (RPE).

Quando si parla di fatica ci si riferisce a due tipologie: la fatica periferica e la fatica centrale.

La fatica periferica

La fatica periferica è la fatica che impatta sul sistema muscolare ed è strettamente correlata ai sistemi energetici, al sistema cardiovascolare e cardiocircolatorio.

Può presentarsi in questa particolari condizioni:

  • Mancanza di carburante (glicogeno o altro elemento che permetta la sintesi di nuovo ATP). Questo impedisce al muscolo di continuare a contrarsi
  • ll progressivo accumulo di lattato, ioni H+ e prodotti di scarto metabolici: a livello della fatica periferica, quindi oltre ad una riduzione significativa della produzione di energia dai sistemi metabolici, l’accumulo di cataboliti concorre ad acutizzare il fenomeno della fatica.

La fatica centrale

La fatica centrale è l’affaticamento del sistema nervoso centrale (SNC). Può determinarsi in seguito alla diminuzione dell’impulso nervoso che dal SNC arriva sino al motoneurone spinale e da esso all’intero sistema muscolare.

E’ in pratica quella fatica che colpisce l’altelta quando l’elevato stress accumulato a livello neuromuscolare impedisce l’esecuzione tecnica corretta di quegli esercizi in allenamento che richiedono coordinazione e potenza.

Overreaching e overtraining

Con overreaching si intende quella situazione di elevato stress nell’atleta dovuto al carico acuto allenante e determina un graduale aumento della fatica. È una condizione controllabile e reversibile attraverso il recupero / riposo ed è spesso ricercata nella programmazione dell’allenamento al fine di indurre un picco di forma o comunque un incremento delle prestazioni, ad esempio attraverso il tapering prima di una gara.

Con il termine overtraining invece si identifica un eccessivo carico allenante in termini di frequenza, volume e/o intensità, di tipo cronico, che determina quindi nel lungo periodo un severo aumento della fatica dell’atleta, nonché la possibilità di malattie ed infortuni. Questo stato può essere il risultato di uno stato di overreaching prolungato e risulta essere di difficile gestione e soluzione. Un periodo lungo di riposo ed un reset della programmazione sono inevitabili.

Gli indicatori della fatica

Allenamenti intensi e competizioni serrate nel periodo agonistico accumulano nell’atleta stanchezza e fatica.

In ogni sport praticato a livello intenso, e ancor di più in discipline di endurance come il trail, la stanchezza e la fatica sono inevitabili, quindi non c’è alcun senso logico nel cercare di evitare del tutto questo fenomeno.

L’atleta deve semplicemente abituarsi e conviverci, cercando di monitorare costantementei segni rivelatori principali e agendo di conseguenza sulla programmazione degli allenamenti.

Nonostante ciò, accumulare stanchezza e fatica per troppo tempo andrà a determinare un decremento delle prestazioni generali, inibirà in misura più o meno variabile, gli adattamenti fisiologici specifici ricercati nell’allenamento e aumenterà il rischio di infortuni. Per questi motivi si deve cercare periodicamente di ridure nell’atleta tali fenomeni, pur accettando di conviverci giorno per giorno.

Il segreto della periodizzazione e della programmazione è soprattutto questo: modulare al meglio ogni allenaento con i rispettivi carichi di fatica e stanchezza nel corso del tempo.

Ma come posso sapere quando mi trovo in uno stato di elevato affaticamento? E’ stanchezza oppure semplicemente non ho voglia di allenarmi?

Studi condotti da diversi scienziati dello sport hanno classificato una serie di indicatori utili a comprendere l’entità di questi fenomeni:

  • Leading (predittivi),
  • Concurrent (concomitanti),
  • Lagging (a effetto ritardato).

Leading Indicators

Gli indicatori predittivi sono quei sintomi che segnalano l’avvicinarsi dell’affaticamento senza che questo sia ancora un problema per l’atleta.

Individuare questi indicatori permette di pianificare in anticipo la modalità di lavoro, prepararsi ad affrontare al meglio la stanchezza e la fatica quando sopraggiungeranno.

Alimentazione non adeguata

Se questa per un qualsiasi motivo è stata povera di macronutrienti o di qualche elemento essenziale, può seriamente influenzare la capacità di recupero negli allenamenti successivi.

Volume e intensità dell’allenamento non adeguato

Una sbagliata programmazione di volumi ed intensità di allenamento possono creare nell’atleta un accumulo eccessivo di stanchezza e fatica che influenzeranno in negativo gli allenamenti successivi. Pertanto, si dovrà mettere in preventivo questo fattore nella pianificazione degli allenamenti immediatamente futuri. Se avete tirato troppo negli allenamenti perché vi sentivate bene, preparatevi ad un calo di prestazione negli allenamenti successivi (avete presente “la sera leoni e la mattina coglioni”)

Scarsa capacità di concentrazione e coordinazione

La mancanza di concentrazione e coordinazione è quasi sempre un indice dell’arrivo incombente di stanchezza ed affaticamento. La riduzione di queste capacità sono legate allo stress del SNC, stress relazionato ad un progressivo accumulo di stanchezza e fatica.

Test del salto

L’altezza del salto è un indicatore diretto dello stato di affaticamento del SNC.

Concurrent Indicators

Gli indicatori concomitanti sono segni che la stanchezza e la fatica sono già alte nel preciso momento in cui l’alteta le percepisce ed è necessario intervenire velocemente per ridurre l’entità di questi fenomeni.

Diminuzione della velocità

La diminuzione della velocità è uno dei primi indicatori concomitanti a comparire.

Aumento della sensibilità allo sforzo

L’aumento della percezione dello sforzo è un classico indicatore relazionato alla diminuizione della forza generale. Per risultare credibile, comunque, è necessario che tale indicatore si riproponga per alcuni giorni consecutivi. Può capitare infatti una giornata storta, oppure una giornata dove l’atleta non ha recuperato al meglio la sessione dell’allenamanto precedente. Sulla base di questo indicatore, molti coach di diversi sport, hanno costruito sistemi di allenamento basati sull’autoregolazione in relazione all’entità dello sforzo percepito (RPE).

Incapacità nel seguire l’aumento del carico programmato

Questo è un indicatore che può essere individuato quando si sta seguendo un programma di aumento del carico su un determinato allenamento (ad esempio le ripetute). In questi casi ci si dovrebbe aspettare un progressivo miglioramento della prestazione ma se l’atleta mostra difficoltà nell’incrementare il carico ed ha una regressione possiamo trovarci di fronte a questo tipo di indicatore. Tuttavia questa problematica, per essere reale, deve riproporsi e presentarsi insieme ad altri indicatori.

Lagging indicators

Gli indicatori a effetto ritardato, sono invece segni evidenti che sopraggiungono dopo che la stanchezza e la fatica sono state mantenute elevate per un lungo periodo. In questo stato l’atleta corre il rischio di vedere buttato gran parte del lavoro dell’ultimo periodo, perché stanchezza e fatica sono così alte da impedire il progressivo e costante miglioramentodelle prestazioni. Una volta che si riconosce la gran parte di questi segni, è probabile che sia già presente uno stato di overreaching da qualche giorno o da alcune settimane.

Questi indicatori possono essere usati per modulare la fatica duranete la pratica del functiona overreaching (tapering) che prevede di far raggiungere all’atleta, volutamente ed in maniera de tutto monitorata, uno stato di alto affaticamento per poi applicare un tapering marcato, al fine di ottenere l’effetto di una estrema supercompensazione.

In secondo luogo questi indicatori possono servire come segni quasi definitivi per indicare quando è giunto il momento di cessare la normale programmazione degli allenamenti e iniziare una fase di parziale o completo recupero.

Variabilità della frequanza cardiaca (HRV)

E’ la variazione nel tempo tra gli impulsi di ogni battito cardiaco. In circostanze normali, può esistere di base molta differenza nei tempi tra i battiti a causa di vari motivi fisiologici e anche psicologici. A livello di monitoraggio della performance sportiva si possono considerare le variazioni della frequenza cardiaca in termini di aumento di battiti a livello generale, come ad esempio l’aumento dei battiti a riposo o la frequenza cardiaca che rimane alta o riminuisce meno velocemente del solito durante le fasi di recupero.

Mancanza di desiderio/motivazione di allenarsi

Uno stato di alto affaticamento può essere spesso accompagnato da una scarsa voglia di allenarsi. Non basta una giornata storta per dire se questo sia l’indizio che cerchiamo. Se la mancanza di voglia di allenarsi è costante la probabilità di essere in pieno overreraching è abbastanza alta.

Disturbi dell’umore

Quando si accumula fatica e stanchezza per un tempo prolungato (giorni o settimane) molte persone cominciano ad avere disturbi nei loro stati dl’animo. Questo si presenta come una maggiore irrequietezza, irritabilità ed apatia.

Perdita dell’appetito

Questa sensazione può manifestarsi con la mancanza di fame anche dopo un allenamento intenso o durante una dieta ipocalorica. Questo è un segno particolarmente grave di affaticamento.

Disturbi del sonno

Un alto livello di affaticamento può portare a difficoltà ad addormentarsi, una scarsa qualità del sonno con incubi e risvegli continui durante la notte.

Malattie, infortuni, contratture, stiramenti

Se l’atleta stressa troppo il proprio corpo senza recuperare nella maniera corretta ben presto il sistema immunitario potrà perdere gran parte della sua efficienza. Ovviamente una malattia può verificarsi anche quando un atleta è in piena forma, ma se a questo indicatore troviamo associati altri sintomi allora può considerarsi un indicatore credibile di overtraining.

Perdita di prestazioni

Questo può essere visto come l’ultimo indicatore. Ovviamente una prestazione al di sotto delle aspettative può sempre capitare per svariate ragioni, ma se contemporaneamente abbiamo la presenza di altri indicatori l’overreaching o peggio l’overtrainig possono essere seriamente presi in considerazione.

Considerando questi indicatori, è importante ricordare tuttavia che uno solo non è sufficiente per trarre una conclusione definitiva circa lo stato di affaticamento di un atleta. Più segnali vengono rilevati contemporaneamente e più il quadro della situazione diventa preciso ed attendibile.

Riconoscere l’affaticamanto ci permette di mantenere il focus sull’obiettivo primario, che è quello di allnarsi duramente nei giorni stabiliti dalla programmazione facendo salire in maniera controllata la stanchezza e la fatica nel corso del tempo, fino al punto in cui queste raggiungono un apice dal quale poi, a seguito di uno o più giorni di recupero o una fase di scarico, potranno scendere nuovamente ad un livello più basso e modulabile favorendo la supercompensazione.

Utilizzare al meglio tutti questi indicatori ci permermette di pianificare la programmazione e periodizzazione dell’allenamento in maniera scientifica ed ottimale.

Buoni allenamenti!