Allenamento di soglia in salita sul tapis roulant per il trail running: forza e resistenza specifica

L’allenamento di soglia in salita sul tapis roulant è uno strumento chiave per il trail running perché unisce stimolo metabolico e lavoro di forza specifica.
È uno dei modi più efficaci per allenare ciò che in gara fa davvero la differenza: salire a lungo, forte e in controllo.

La salita costringe il corpo a lavorare vicino alla soglia con un carico muscolare elevato. Questo significa migliorare la capacità di sostenere intensità alte senza accumulare rapidamente fatica, per essere più efficaci nei tratti ripidi trail o di un ultra trail.

Il tapis roulant rende questo tipo di lavoro estremamente pratico: pendenza costante, intensità controllabile, nessuna variabile esterna. Puoi concentrarti solo sull’esecuzione e sulla sensazione di sforzo.

Struttura dell’allenamento

Riscaldamento

Una seduta classica inizia con circa quindici minuti di riscaldamento progressivo. Inserisci alcune brevi accelerazioni o tratti leggermente più intensi per attivare muscoli e sistema cardiovascolare, portandoti gradualmente verso l’intensità di soglia.

Parte centrale

Il cuore dell’allenamento prevede cinque ripetute da cinque minuti sopra soglia, con pendenza superiore al 20%.
Se il tuo tapis roulant non arriva a queste inclinazioni, puoi compensare con una zavorra: uno zaino con il peso che userai in gara, aumentando gradualmente fino a un massimo di circa 10 kg, in base al tuo livello di allenamento.

Il recupero non è passivo: due minuti di camminata all’indietro, alla stessa pendenza, servono a stimolare la contrazione eccentrica. È un dettaglio fondamentale: questa capacità muscolare è quella che ti permetterà di gestire meglio le discese, riducendo affaticamento e rischio di cedimenti muscolari.

Allenamento soglia in salita – tapis roulant (trail running)

Progressione

La progressione può essere impostata in modi diversi, ma deve essere misurabile e tracciabile.
Alla prima seduta annota su un diario pendenza, velocità e eventuale zavorra utilizzate nelle 5 ripetute. Questo è il tuo riferimento iniziale.

  • Prime due settimane: ripeti lo stesso allenamento per due settimane senza modifiche. Lo scopo è consolidare l’adattamento, non forzare subito il carico.
  • Settimane 3 e 4: aumenta il volume, passando a una ripetuta in più. Mantieni invariati pendenza, velocità e zavorra.
  • Settimane 5 e 6: riduci il recupero a 1’30”, lasciando tutto il resto uguale. Qui il carico cresce per densità, non per intensità.

Prenditi una settimana di recupero e poi ricomincia dal 5×5′ aumentando la velocità.

Questo tipo di allenamento è duro, ma estremamente specifico. Se inserito con criterio nella programmazione, costruisce un trail runner più forte, più resistente e più efficiente in salita.

Questo è un articolo della Sport Academy

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Pianificare un ciclo di allenamento basato sul TSS

I tanti impegni famigliari e professionali a volte vanno in conflitto con una pianificazione dettagliata del ciclo di allenamento. Per questo motivo può essere necessario organizzare il microciclo settimanale (o ciclo mensile) in modo dinamico, a seconda degli spazi liberi che si riescono a ritagliare nella giornata, utilizzando il Training Stress Score (TSS) di TrainingPeaks.

Gli step da seguire sono i seguenti:

  1. Individua il TSS di riferimento
  2. Imposta il TSS settimanale considerando le settimane di carico e quelle di scarico.
  3. Verifica settimana per settimana l’aderenza alla pianificazione e definisci i correttivi.

Individua il TSS di riferimento

Il TSS di riferimento mensile può essere individuato in diversi modi: 

  • sulla base CTL (Chronic Training Load) da raggiungere.
  • mantenendo il carico di lavoro dei periodi precedenti
  • utilizzando il TTSS delle settimane precedenti ad una gara analoga fatta (con successo) nei mesi passati.

Imposta il TSS settimanale considerando le settimane di carico e quelle di scarico

Una volta che hai calcolato il TSS necessario per i tuoi obiettivi, definisci l’incremento settimanale (solitamente il 10%) e fissa le settimane di scarico (-40% dall’ultima settimana di carico)

La definizione degli obiettivi di riferimento è la parte più difficile, ma se avete un allenatore farà lui tutti i calcoli e confronti.

Non hai bisogno di definire allenamenti strutturati molto complessi, ti basta prendere come riferimento la relazione tra TSS ed INTENSITA’ di lavoro sulla base della tabella:

  • ZONA 1: 30-40 TSS/ora
  • ZONA 2: 50-60 TSS/ora
  • ZONA 3: 70 TSS/ora
  • ZONA 4: 80 TSS/ora

Verifica settimana per settimana l’aderenza alla pianificazione e definisci i correttivi.

Per ogni settimana sarà necessario confrontare il TSS ottenuto con il TTSS calcolato ed individuare eventuali correzioni da fare sul piano.

Esempio di pianificazione basato su TSS ed allenamenti settimanali

Obiettivo TSS settimanale (TTSS): 300
Numero di allenamenti settimanali: 4

Soluzione 1: 
– 4 allenamenti di 1h tra Z3 – Z3.5

Soluzione 2: 
– 2 allenamenti di 1h in Z3 (TSS 140)
– 1 allenamento variato con 1h in Z2 e 8′ in Z4 (TSS 70)
– 1 allenamento in Z2 di 1h30 (TSS 90)

Un altro caso: esempio di pianificazione basato su ore di allenamenti settimanali

TTSS settimanale da raggiungere: 300
Ore di allenamento disponibili settimanali: 5

Soluzione 1:
– 3 allenamenti da 1h in Z2
– 1 allenamento da 2h in Z2

Soluzione 2
– 1 allenamento da 1h in Z1 alta (TSS 40)
– 1 allenamento di ripetute in soglia da 1h15′: 15′ @ Z2 + 3x(10′ @ Z4 recupero 5′ @ Z2 + 15′ @ Z2 (TSS 80)
– 1 allenamento da 45 in Z3 alta (TSS 53)
– 1 allenamento da 2h in Z2 alta (TSS 120)

Questo è un articolo della Sport Academy

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Le gare corte nell’allenamento per ultra trail

Le gare corte nella preparazione possono essere un ottimo allenamento stimolante per il corpo e per la mente.

Ne avevo parlato qualche anno fa senza però seguire bene il consiglio di inserire questo tipo di gare nelle programmazioni… come si dice “il calzolaio gira con le scarpe rotte”.

Le gare corte, dai 10km ai 30km, per un ultra runner possono essere considerati allenamenti specifici ad altissima intensità, molto più intensi di una sessione di ripetute in salita, o variazioni nel lungo, medio, etc.

Mentre in allenamento riusciamo a dare il 100%, in gara andiamo ben oltre per raggiungere l’avversario davanti a noi o per non farci raggiungere da quello dietro.

L’intensità solitamente è sempre in frequenza di soglia superiore, con recupero in discesa giusto per scendere di 5/6 battiti la frequenza cardiaca.

L’impegno muscolare è elevato: nel trail si spinge al massimo per tutto il tempo sollecitando forza resistente. Nelle corse su strada alleniamo la resistenza alla velocità.
Il corpo è fortemente sollecitato e se non si fanno le cose per bene si rischiano infortuni.

E’ necessario arrivare a questi “allenamenti” con una buona base di preparazione a cui deve seguire un adeguato recupero, anche di un paio di giorni.

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Trail Running – Allenarsi sulla distanza o sul tempo? 

Dipende! Le gare si basano su distanza e dislivello, e questo dato può essere convertito in “tempo trascorso”, su cui costruire  gli allenamenti.

Ma questa modalità richiede un’attenzione particolare sul passo e sul percorso, che dovrà essere molto simile a quello della gara di riferimento.

Se abiti in un territorio di pianura, senza dislivello, allora il TEMPO diventa un parametro importante per definire il volume di allenamento.

Ad esempio una gara di 45km con 2000m di dislivello può richiedere 6/7 ore per essere percorsa, quindi un lunghissimo di 40km in 3h30 – 4h diventa insufficiente come carico allenante e può essere più utile pianificare l’allenamento sul tempo (ad esempio 6 ore di allenamento) con un passo che può variare tra Z2 e Z3.

Poi ci sono situazioni in cui preferisco usare il TEMPO come riferimento anche nel TRAIL in allenamenti di “costruzione”, dove non mi interessano intensità e resistenza specifica, ma solo il volume.

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Allenamento ed intensità: passo velocità, frequenza cardiaca, potenza, RPE

Il risultato dell’allenamento dipende dall’intensità utilizzata. Nella corsa, ma anche negli altri sport, si usano diverse modalità per misurare l’intensità:

  • Passo al km (velocità)
  • Frequenza cardiaca (riferita alla frequenza di soglia anaerobica)
  • Potenza
  • RPE (Rate of Perceived Exertion) che rappresenta la fatica percepita

Passo al km (velocità)

Il passo al km (velocità) è utilizzata prevalentemente dagli stradisti e negli allenamenti su percorsi in piano, dal fondo lento alle ripetute. Viene calcolato un passo di riferimento con test da campo oppure in base al passo gara e, tramite formule matematiche (come la formula di Riegel) o le tabelle V.DOT di Jack Tupper Daniels, vengono definite le velocità allenanti sui fondamentali (ripetute, medio, fondo).

Frequenza cardiaca (riferita alla frequenza di soglia anaerobica)

La frequenza cardiaca (riferita alla frequenza di soglia anaerobica), ultimamente molto rivalutata, permette di definire l’intensità sulla base del carico interno. Molto utile per gli allenamenti in montagna ma anche negli allenamenti in piano. Una volta definita la frequenza di soglia anaerobica tramite test da laboratorio o da campo, vengono definite zone allenanti che possono essere utilizzate per i fondamentali indipendentemente dalla velocità.

Potenza

L’intensità misurata in base alla potenza è un mix tra le prime due modalità. Viene preso come riferimento il carico esterno, dove questo è indipendente dalla velocità e frequenza cardiaca. Dopo una serie di test da campo viene definita la potenza critica e di conseguenza le zone di potenza da utilizzare per le varie tipologie di condizionamento.

RPE (Rate of Perceived Exertion)

L’utilizzo della Fatica Percepita è un parametro che non è quantificabile tramite test, ma è soggettivo in base alle sensazioni provate nel momento in cui ci si sta allenando. Viene utilizzata una scala (di Borg) di 10 valori, da 1 a 10, dove 1 rappresenta il valore più basso (nessuna fatica) e 10 il valore massimo (massimo sforzo). E’ un metodo abbastanza efficace nelle indicazioni dei TEST, nei periodi di transizione, e nei principianti che ancora non hanno dimestichezza con l’allenamento. Può essere utilizzato anche in situazioni di stallo per atleti evoluti che non rispondono bene parametri più rigidi come i precedenti.

Ultra Trail Li Foj 100km +4660m

Ultra Trail Li Foj: 100 chilometri e 4660m di dislivello positivo, tra le montagne dell’Appennino Lucano in Basilicata.

Finalmente, dopo circa 20 mesi, indosso nuovamante il pettorale di una ULTRA!

Mesi di preparazione, gare saltate (portandosi dietro anche motivazione ed entusiasmo), il terrore che potesse saltare anche questa, ma poi eccomi qui alle 7:00 del 5 giugno sulla linea di partenza stemperando la tensione tra una chiacchiera e l’altra con amici e big del trail running mondiale.

Ore 7:30 il via! 

Mi stavo allacciando le scarpe, e vengo preso di sorpresa…. che fenomeno 😀

Cerco di stare con il gruppo di testa con un ritmo deciso ma non troppo impegnativo.

Mi trovo subito una parete verticale in faccia, che mi da la sveglia: +400m in 1km. 

Alzo lo sguardo e trovo Francesca Canepa che si arrampica davanti a me, ottimo! Mi attacco alle sue scarpe e salgo con non poco affanno.

La salita scorre via senza problemi, ma alla prima lunga discesa iniziano i problemi: con le scarpe male allacciate mi frantumo le dita dei piedi, tanto che devo rallentare tantissimo e perdo il gruppetto di testa. Male… ma la gara è lunga.

Dopo la prima parte di discesa ripidissima, riprendo a correre in scioltezza ed arrivo al primo ristoro in ottava posizione.

km 18

“Fino a qui tutto bene” come dice Hubert nel film La Haine. Temperatura ancora mite, gambe che girano bene in salita, percorso ben segnato, e nessuno che mi tallona.

Ma le cose lentamente iniziano a cambiare… la temperatura aumenta e le indicazioni del percorso perdono di efficacia. In tre ci perdiamo sulla cima di un monte, tanto che dobbiamo chiamare l’organizzazione per farci guidare sul percorso. 

Arriva un altro problema che mi porterò dietro per un bel po di km: dolori allo stomaco. Non riesco quasi più a correre in discesa… provo a vedere se con un po’ di imprecazioni rientra il disturbo ma… nulla.

Incazzato come una vipera, arrivo al ristoro del 34esimo km completamente senz’acqua, percorrendo la strada provinciale anziché la parallela tra i campi (per assenza di indicazioni).

km 34

Mi lamento della troppa distanza tra i ristori e le indicazioni a cazzo di cane. Non si può arrivare al ristoro senz’acqua con tutto questo caldo. Rispondono che “terranno conto del suggerimento”.

Riempio le borracce con acqua e sali, e riparto verso l’ignoto.

L’ignoto era il guado del fiume… 

Anche qui una tombola incomprensibile di fettucce segnavia, di cui una buona parte sbagliate. 

Sono molto paranoico con le indicazioni quindi cerco sempre conferma di quello che vedo, scrutando segnali ridondanti, le tracce a terra, eventuali segnali nascosti, simboli massonici, animali mitologici.

Dopo qualche minuto a vagare in un piazzale, vedo le frecce del percorso sbucare da sotto un’auto parcheggiata … ok.

Il percorso si snoda guadando più e più volte un torrente. Non era necessario entrare per forza nel fiume, ma l’organizzazione ha voluto dare quell’aria di avventura in più… vabbè.

Sorpasso un ragazzo e mi piazzo un 7a posizione, che terrò fino alla fine della gara, con la paranoia che potesse raggiungermi da un momento all’altro in discesa per i miei problemi allo stomaco.

Il caldo si fa davvero molesto e i due sorsi d’acqua ogni 15’ diventano 4 ogni 10. Punto al ristoro in cima ad una salita del 46° km ma… in cima alla salita non c’è nessun ristoro… Provo anche qui a lanciare un po’ di imprecazioni ma il ristoro non appare. Per fortuna trovo una fontanella per riempire le borracce e bagnarmi la testa prima di morire.

Km 46

Attraverso il paese senza l’ombra di un gazebo dell’organizzazione. Penso che non sia bello scherzare sulla posizione dei ristori, perché ci si rimane male, molto male.

Ma dall’alto scorgo un gazebo bianco con a fianco l’ambulanza! L’avevano spostato a valle, sti maledetti! Di contro, mi accolgono come se avessi vinto la Leadville e, dopo aver riempito le borracce con acqua e sali, riparto felice verso la seconda parte della gara.

Come vedete dal grafico dell’altimetria, la seconda parte del tracciato non sembra così amichevole. Anzi, mi aspettavo 50km di sangue e lacrime. Così imposto il cervello allo scenario peggiore e mi avvio verso l’inferno.

Altimetria Li Foj 100

Il dolore allo stomaco, probabilmente dovuto alla caffeina, iniziava a diluirsi. 

Km 54

Dal 40esimo al 68esimo sono stato in una sorta di trance. Non ho fatto molto caso a quello che avevo intorno. Non ho fatto caso alle sensazioni, se non a quelle di sete e mancanza di energia. Sentivo solo il mio respiro, i miei passi e gli allarmi del garmin per il bere ed il mangiare.

Arrivato al ristoro del km 54 vedo ripartire il ragazzo siciliano con cui avevo scambiato qualche chiacchera nei primi km. Questa apparizione mi sveglia perché – penso – potrei recuperare un posto in classifica! Ma in realtà il ristoro del km 54 ha un imprevisto: devi ripartire dal via! Si, ti fermi, bevi, riparti e fai un anello di 2km per tornare al ristoro. I diabolici organizzatori non sapevano come allungare il percorso.

Vabbe… qui lascio tutti i miei gel alla caffeina e li scambio con quelli normali. Lascio tutta l’integrazione in più (perché all’inizio non capito quanto fosse lunga la gara….) e riparto aggiungendo 1/2 litro d’acqua nello zaino. Quel mezzo litro in più mi salverà diverse volte lungo il percorso.

Km 68

Poco dopo il ristoro sento una presenza dietro di me. Era Francesca Canepa che aveva sbagliato strada e recuperava di buon passo il tempo perso. Riusciamo a scambiare due chiacchiere per qualche km ma non riesco a tenere a lungo il ritmo e … ciao.

Km 79

Anche qui non sono molto lucido. 

Il percorso è dentro la foresta, molto meno duro di quanto mi aspettassi, ma la stanchezza ormai iniziava a farsi sentire. 

Fortunatamente, a ravvivare la situazione, mi trovo faccia a faccia con un muro verticale ricoperto di aglio selvatico. Una pendenza così ripida da poter salire a 4 zampe! Ma l’esperienza insegna che tutte le salite si superano, un passo alla volta, a capo chino. 

Ogni tanto incontro qualche zombie della 50km che saluto, diabolicamente, correndo (correndo solo fino a quando riescono a vedermi), per dar loro un po’ di entusiasmo o il colpo di grazia.

Nel bosco incontro anche un po’ di cinghiali che si mettono a correre come pazzi, probabilmente travolti dal mio profumo.

In qualche modo arrivo al ristoro del km 92

Stanco, molto stanco, ma ormai la gara è finita! Mi fiondo in discesa verso il traguardo. Inizio a sentire le voci dello speaker, questo mi emoziona sempre, e accelero per il mio arrivo trionfale!

Ma qualcosa non va, per lo speaker…

Considerazioni finali

Una gara forse un po’ più dura di quanto preventivato, per il caldo e le indicazioni del percorso non proprio ottimali.

Mi ero organizzato per la piena autosufficienza alimentare, quindi ai ristori prendevo solo acqua, ma avrei gradito un po’ di pane semplice oltre ai taralli.

Organizzazione della gara abbastanza buona, considerando una prima edizione con distanze impegnative di 50km e 100km. 

Scarpe: Altra Running Olympus 4

Cam: Insta360 OneX 2

Strava: https://www.strava.com/activities/5419998409

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Allenamenti lunghi sul Cammino Naturale dei Parchi

L’altro giorno avevo voglia di fare un bel Lungo, avventuroso e con una componente tecnica.

Detto-Fatto.

Scarico la tratta Roma a Subiaco del Cammino Naturale dei Parchi, analizzo il tracciato nelle sue variazioni altimetriche, definisco sulla base delle mie caratteristiche l’andatura media da tenere, adatto il piano di integrazione generale (che ho definito dopo l’UTMB) al percorso.

Il programma prevede di partire dal X miglio dell’Appia Antica e tornare a casa verso le 16, quindi metto la sveglia alle 2 di notte in modo da mettermi in marcia per le 0230.

Solo che … mi sveglierò alle 0230 e partirò alle 0350… vabbè.

Avevo proprio voglia di fare un allenamento lungo avventuroso, ed il CNP è percorso giusto perché in questo tratto, a parte qualche pezzo tecnico, si riesce a viaggiare ad una buona andatura.

Partenza

Fino a Castelgandolfo il percorso è su asfalto, ma su vie molto periferiche dove non trovo anima viva.

All’altezza di Albano (alle Fratte Ignoranti) si entra – finalmente – nel bosco.

Qui la sorpresa: ho portato con me la torcia scarica. Poco male – penso – perché ho la batteria di ricambio. Mi fermo per sostituirla e scopro che tra le 4 che avevo a disposizione ho preso l’unica completamente scarica.

Bene… farò senza. Per qualche km userò la luce di emergenza ma dovrò poi affidarmi alla flebile luce del cellulare, almeno fino a quando non arriverà l’alba.

Questo mi rallenta un po’, anzi molto perché avevo in programma di non scendere sotto gli 8’ al chilometro invece mi ritrovo a 9’40” di media nei primi 15km.

Fortunatamente l’alba arriva in fretta, e con le prime luci inizio ad accelerare sensibilmente (riesco a vedere dove vado!). In più l’integrazione sta andando bene, dal “pre” al “durante”, con una energia sempre costante.

Lascio velocemente il comune di Rocca di Papa e vado verso Rocca Priora. Finalmente riuscirò (alla quarta volta che faccio il CNP) a prendere il percorso giusto …

In poco tempo sono a Colle di Fuori, ed ancora più velocemente mi impegno ad arrivare a Palestrina perché il raccordo tra Parco dei Castelli Romani ed i Monti Prenestini non è un gran che come paesaggio.

In compenso recupererò quasi tutto il ritardo accumulato nella parte al buio.

Si riprende a salire fino a Castel San Pietro Romano da dove si gode un panorama da lasciarmi incantato ogni volta.

Un paio di foto di rito e via verso Valle delle Cannuccete, che di valle ha ben poco. È una zona abbastanza impervia, con sentiero a tratti molto sassoso e poco visibile da rendere indispensabile l’uso del GPS. Ma è proprio da qui che si entra nel selvaggio territorio del Cammino Naturale dei Parchi.

Sfortunatamente essere partito con 1 ora e mezza di ritardo mi impedisce di proseguire almeno fino a Guadagnolo. Dovrò fermarmi a Capranica Prenestina per prendere l’autobus delle 13 che mi riporterà prima a Palestrina per prendere l’autobus verso Roma, ed infine quello per casa. Riuscire a tornare fa parte dell’allenamento!

Come dicevo all’inizio ho approfittato dell’allenamento per testare sul campo un piano di integrazione che mi permettesse la completa autosufficiente in gare trail fino 10-12 ore.

Il test è andato molto bene, quasi oltre le aspettative, e mi permetterà di passare allo step successivo nel verificare la strategia sulle 20 ore.

Condividerò le mie considerazioni tecniche sull’integrazione nel prossimo articolo.

Buone corse !

Qui la traccia strava:

https://strava.app.link/484PbAGYn0

Alcune cose da sapere su affaticamento e recupero muscolare

Dopo una gara o un allenamento intenso è necessario prendersi cura del nostro organismo in modo corretto per ripristinare le condizioni di equilibrio fisiologico di base. Quanto più si è in grado di recuperare velocemente e tanto è maggiore la possibilità di allenasi, e di conseguenza, di ottenere prestazioni sempre più elevate.

In questo articolo vedremo le condizioni di affaticamento più comuni e le strategie per il recupero.

Esaurimento energetico

Il glicogeno è il principale elemento per la produzione di energia ed il primo ad andare incontro ad esaurimento, soprattutto se lo sforzo è particolarmente intenso e prolungato.

Questo avviene perché rispetto ai grassi è molto efficiente: reagisce molto velocemente non ha nemmeno bisogno dell’ossigeno. 

L’esaurimento del glicogeno induce un sostanziale degrado delle prestazioni perché priva i muscoli del carburante necessario alla resintesi dell’ATP, e quindi alla contrazione muscolare, durante gli sforzi di intensità elevata.  

Gli effetti conseguenti all’esaurimento del glicogeno sono:

  • pesantezza muscolare
  • disagio respiratorio
  • perdita di concentrazione
  • il catabolismo delle proteine aumenta da quattro a dodici volte
  • si ha una forte riduzione della prestazione

Per questo diventa necessario il reintegro delle scorte di glicogeno dopo l’allenamento, sia per per agevolare il recupero muscolare sia per reintegrare il combustibile che ci servirà per il successivo allenamento.

Inoltre, l’apporto di carboidrati nel post allenamento migliora i processi di sintesi proteica e quindi di recupero muscolare.

Il reintegro generalmente viene fatto con carboidrati ad alto indice glicemico, come succhi di frutta, frutta, riso, pasta, patate, pane.

Cos’è il glicogeno
Il glicogeno è la forma in cui i carboidrati vengono stoccati nei muscoli e nel fegato, dopo essere stati trasformati in glucosio dall’intestino. Le cellule muscolari successivamente ritrasformano il glicogeno in glucosio per la produzione di energia. 
Quando esauriamo il glicogeno muscolare (il 70% del totale), viene rilasciato il glicogeno stoccato nel fegato (il 30%) sotto forma di glucosio, che tramite il sangue e l’insulina arriva ai muscoli per la produzione di nuova energia. 

Accumulo di acido lattico

A fronte di un lavoro muscolare ad elevata intensità si ha la formazione di acido lattico come sottoprodotto della produzione di energia. All’interno della cellula l’acido lattico viene trasformato in lattato e viene messo in circolo “inondando” le fibre muscolari. 

Sotto una certa intensità il lattato può essere ossidato per produrre ulteriore energia (ciclo di krebs) mentre un’altra frazione viene recuperata per essere ritrasformata in glucosio o glicogeno nel fegato (ciclo di Cori).

I muscoli non tollerano per molto tempo la presenza di questa sostanza e con l’aumentare della concentrazione si ha un sensibile peggioramento delle prestazioni riscontrabili in:

  • elevata pesantezza muscolare
  • forte disagio respiratorio
  • scadimento della capacità di concentrazione
  • peggioramento dell’azione di corsa

Questo tipo di fatica di solito si avverte nelle ripetute brevi e molto veloci, ma è una sensazione ben conosciuta anche dagli ultra trailer durante, ad esempio, affrontando salite ripide a ritmo piuttosto spinto o allunghi veloci in salita.

Lo smaltimento del lattato avviene attraverso i meccanismi aerobici, quindi è consigliabile mantenersi in movimento per agevolare il recupero (recupero attivo, a ritmo lento) piuttosto che fare una pausa “da fermi”. 

Il tempo di smaltimento del lattato viene chiamato come tempo di dimezzamento. Se il tempo di dimezzamento è 12 minuti e la sua concentrazione nel picco massimo (mediamente 5 minuti dalla fine dello sforzo) è di 20 mmol/L, dopo 12 minuti dal picco massimo sarà di 10 mmol/L, dopo altri 12 minuti sarà di 5 mmol/l , dopo altri 12 minuti sarà di 2,5mmol/l e quindi dopo 72 minuti dal picco massimo avremo 1,25mmol. Dopo un’ora e trenta il saremo sicuramente tornato a livelli di base (1mmol/l),.
Riguardo al tempo di dimezzamento, occorre notare che esso varia da atleta ad atleta e diminuisce in soggetti alllenati. 

La resistenza al lattato ed il tempo di dimezzamento sono parametri che si possono migliorare tramite l’allenamento. Le ripetute medie tra i 1500 ed i 3000 metri con recupero attivo, sono le più indicate per migliorare la tolleranza a questa sostanza.

Si stima che durante una maratona, circa la metà dell’energia di contrazione del cuore derivi dal meccanismo d ossidazione del lattato, mentre in condizioni di riposo questa percentuale non supera il 10%.

Distruzione delle fibre muscolari

L’impatto con il terreno provoca affaticamento dovuto a piccoli traumi che si verificano ai danni delle fibre muscolari e delle articolazioni. Quanto più lunga è la distanza percorsa e tanto maggiore sarà il danno e quindi l’affaticamento. 

E’ la fatica tipica del trail runner, ed in particolare di chi si cimenta nelle ultra. Per questo è necessario avvicinarsi all’endurance in modo progressivo, facendo propri gli adattamenti muscolari specifici che questa disciplina richiede.

I gruppi muscolari maggiormente coinvolti da questo tipo di affaticamento sono i quadricipiti, in particolare nella corsa in discesa dove l’impatto con il terreno determina una contrazione eccentrica (stiramento) che si oppone a quella concentrica (accorciamento) causando micro lesioni muscolari. 

L’indolenzimento può essere anche provocato da un’altra forma di distruzione muscolare dovuta all’esaurimento delle scorte di glicogeno. In questo caso, l’organismo per continuare a sostenere lo sforzo, utilizza gli acidi grassi che però hanno sempre bisogno del glucosio per essere “bruciati” e quando questo non è più disponibile nelle scorte, viene risintetizzato a partire dagli amminoacidi che compongono la struttura dei muscoli.

Rabdomiolisi
Con il termine rabdomiolisi si indica un danno grave del muscolo scheletrico, con conseguente rilascio nel torrente sanguigno di numerosi composti, come mioglobina, ma anche creatina, calcio, potassio ed acido urico. La mioglobina è molto tossica per i reni, perché accumulandosi nei nefroni può essere causa di una possibile insufficienza renale (per questo diventa importantissima l’idratazione che, tra le altre caratteristiche, permette di diluire le sostanze tossiche).
La rabdomiolisi è caratterizzata da sintomi ben precisi; tra questi un affaticamento generale e una colorazione rosso-brunastra delle urine, dovuta al riversamento del pigmento mioglobina nel sangue.
Come detto in precedenza, la mioglobina è nefrotossica perché, se presente nel sangue, tende ad accumularsi nei reni, causando seri problemi a questi organi. Quando il livello di mioglobina supera il grammo/litro, le urine assumono un colore molto scuro.

Per recuperare da questo tipo di affaticamento è necessario ripristinare innanzitutto le scorte di glicogeno ed integrare con amminoacidi essenziali oppure assumere proteine di buona qualità, in polvere o tramite l’alimentazione.  

Le proteine si occupano di ricostruire la parte muscolare che è stata “consumata” con lo sforzo. Se l’apporto proteico della dieta è adeguato in genere non c’è nessuna difficoltà a recuperare entro l’allenamento successivo.

Differente è il ruolo giocato dai microtraumi; nei casi più gravi (quelli di prestazioni molto intense come durata o come sforzo, per esempio una maratona o un trail) il recupero piò richiedere alcuni giorni di stop, dove per “stop” non si intende riposo assoluto ma una attività fisica a basso impatto per agevolare i processi fisiologici di guarigione.

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Il mio Trail del Cinghiale 2018

24 Novembre 2018
Palazzuolo sul Senio

Trail del Cinghiale 90km

Un nome, un programma

Partiamo in direzione Palazzuolo sul Senio, arrivo previsto per le 20 alla “Badia di Susinana”: un podere di 1100 ettari dove abbiamo trovato un’ottima sistemazione per soli 15 euro/persona a notte!

Inizia quindi l’avventura Toscana del Team più tosto dei Castelli Romani!

A Palazzuolo ci fermiamo a prendere i pettorali: controllo materiale, braccialetto della gara, pacco gara. Solo che, una volta arrivato in stanza mi accorgo di non aver ritirato il pettorale …. vabbè.

Mangiamo qualcosa al volo, poi subito a dormire. Sveglia alle 3:30 e appuntamento alle 4 per raggiungere la piazza della partenza e… ritirare il pettorale.

Il meteo prevede un po’ di pioggia in tarda mattinata, niente di che … pensiamo … ma ci aspetterà una bella sorpresa.

Ore 5, partenza !!!

Non siamo tantissimi, meno di 200 dietro il gonfiabile. Temperatura mite e niente pioggia. Iniziamo a salire per percorrere i 4 anelli della 90km (3 anelli, con passaggio sempre per il centro di Palazzuolo, di cui uno da ripetere due volte).

Percorso molto corribile, veloce e divertente. Le prime ore passano sciolte ed al 20esimo km sono già in solitaria sperduto tra i monti.

Tra le 9 e le 10 la prima pioggia, niente di che, tanto che non è nemmeno necessario il guscio, poi però arriva l’acquazzone re a seguire le difficoltà vere.

Il fondo, a parte pochi tratti, è argilloso e vi lascio immaginare come possa essere diventato dopo il passaggio di qualche centinaia di pedate a schiacciare e rimestare argilla e acqua. Da un certo punto in poi diventa davvero difficile restare in piedi. Alcune discese ti accoglievano con le impronte di piedi e mani nel fango che scendevano per diversi metri. Se provavi ad affrontale in piedi dovevi mettere in conto la rovinosa caduta con volo a mezz’aria ed atterraggio sulla schiena. Se provavi a scendere “modello scivolo” scivolavi comunque in modo scomposto e fuori controllo rotolando come … un cinghiale nel fango. A gattoni peggio che peggio, sprofondavi con mani e piedi e non ti alzavi più. La difficoltà aumentava quando nella caduta lasciavi i bastoni a monte, e diventava un delirio andare a recuperarli perché impossibile puntare i piedi per salire. Esatto, le salite erano un’altra esperienza mistica. L’unico modo per avere un minimo di stabilità era camminare nello scolo dell’acqua in modo che l’argilla facesse da ventosa tutt’attorno alle scarpe. Nel fango i bastoni diventano inutilizzabili perché scaricando il peso dai piedi si perde aderenza rendendo impossibile avanzare.

Tanto tanto tanto fango. Così tanto che pensavo interrompessero la gara al 65°km (al terzo passaggio a Palazzuolo) per l’impraticabilità del terreno. E invece: controllo chip, due fette biscottate, un bicchiere di the caldo, rabbocco borracce e via a grufolare.

Nel frattempo cala il buio e sale la crisi.

Fatico ad avanzare in salita e cado rovinosamente in discesa. Il divertimento iniziava a lasciar spazio al nervosismo, ma volevo portare a casa la gara. Rallento tantissimo il ritmo e vado avanti. Corsa leggera nei punti un po’ corribili, salite affrontate a ritmo escursionista, cadute nel fango in modalità porco felice.

Dopo 16 ore arrivo finalmente al traguardo, sano e salvo. 10 ore per percorrere 65km e 6 ore per coprire i restanti 30… felice e soddisfatto nel far sentire a tutti il mio arrivo con il campanaccio!

Aspetti tecnici

Il Trail del Cinghiale è una gara veloce, di resistenza ma veloce. Non ha salite difficili e le discese sono quasi tutte corribili. Parlo del cinghiale “asciutto”.

Solitamente a Novembre stiamo ancora beneficiando degli allenamenti della stagione agonistica conclusa da poche settimane, quindi con un livello di fitness ancora buono.

La gara si trova in pieno periodo della preparazione generale: allenamenti con alti volumi per la resistenza aerobica e costruzione muscolare. Per non stravolgere la pianificazione ho lavorato con lunghi veloci di 20-25km due volte la settimana ed un allenamento della forza nei sette giorni. Oltre, ovviamente, alle corse di scarico ed il trail lungo del we per gli adattamenti specifici. Gli esercizi propriocettivi sono tornati molto utili sul fango, dove i muscoli stabilizzatori sono stati sollecitati per ore ed ore per cercare di stare in piedi negli scivolamenti vari.

Torniamo al fango. Con questo signore c’è poco da fare, può essere utile la scarpa con tasselli molto pronunciati ma in condizioni estreme come quelle di sabato sarebbe stato utile saper camminare sulle acque. I bastoni: ora qualcuno dirà che con un certo tipo di bastoni si va meglio anche sul fango ma non è proprio così. In salita scaricare il peso dai piedi fa diminuire il poco grip a disposizione quindi invece di aiutare rendono la salita più ostica.

Consiglio: camminare sui punti dove c’è più fango aumenta l’effetto “ventosa” rendendo la trazione più efficace.

La miscela di argilla e acqua diventa particolarmente fastidiosa anche per bastoni richiudibili e le giacche impermeabili. Ai primi impedisce lo scorrimento dei giunti per l’effetto grippante della sabbia, ed alle seconde, per lo stesso motivo, blocca lo scorrimento della cerniera con il rischio di rovinare la chiusura ermetica. In queste condizioni può essere più efficace e comodo indossare la giacca sotto lo zaino e utilizzare di bastoni a lunghezza fissa muniti di lacciolo al posto dei guantini tipo “Leki”.

Per concludere

Il paesaggio molto affascinante, con scoiattoli e cervi (o caprioli?) a far compagnia lungo il percorso. Con il buio la luna piena rendeva il panorama surreale: con la nebbia in valle e le vette che spuntavano come fossero isole di un lago.

Un plauso all’organizzazione: ristori ricchi e molto frequenti (merito anche della scelta di fare il percorso ad anelli), assistenza impeccabile, personale gentile e disponibile. Il pasta party al ristorante è stata la ciliegina sulla torta!

L’unica nota negativa sulla quantità spropositata di cacciatori e gabbie per richiami vivi. Il passaggio nella riserva di caccia rovina un po’ la magia del posto, impossibile non pensare che le tante gabbie servono per richiamare uccelletti da prendere a fucilate “per divertimento”.

Allenare la forza nel trail running – teoria ed esercizi pratici

Allenare la forza nel trail running

L’allenamento della forza promuove sicuramente una miglior prestazione nel trail running e nell’ultra trail.  La forza può essere allenata in modo generale o speciale, utilizzando movimenti che richiamano il gesto della corsa (step up, squat jump monopodalico) o facendo esercizi specifici per i gruppi muscolari (gastrocnemio, quadricipite, bicipite femorale e glutei) caratteristici della corsa in natura:

  • salite brevi, medie, lunghe
  • alternare salita e discesa
  • discesa su terreno ripido
  • balzi in salita con o senza bastoni
  • allunghi

Da non trascurare che avere più forza ci permette di essere meno fragili sulle articolazioni e quindi essere meno soggetti a infortuni. 

Salita

L’allenamento in salita è fondamentale sia per allenare la forza, sia per migliorare la VO2max e può essere sviluppato su salite brevi, medie, lunghe, camminando, o con la corsa balzata

  • Salite brevi (pendenza >15%, durata 10-30 secondi): migliorano la potenza anaerobica. Sono utili per aumentare la forza esplosiva.
  • Salite medie (pendenza 6% – 10%, durata  45-60 secondi): migliorano la tolleranza all’acido lattico.
  • Salite lunghe (pendenza 6% – 8%, durata 3-6 minuti): migliorano la resistenza  e sono associabili all’allenamento della corsa media.
  • camminata in salita (su pendenze molto ripide 15-20%, durata 15-25 minuti): la camminata è molto più efficiente della corsa nei tratti di forte pendenza e va allenata in modo specifico in quanto i movimenti muscolari rispetto alla corsa sono molto diversi, dall’ampiezza alla frequenza.del passo.
  • corsa balzata (pendenza 15%, durata 45-60 secondi): la corsa è a balzi a velocità medio elevata. Ci si deve concentrare sulla spinta da parte di quadricipite, gluteo, e caviglie (tutta la catena cinetica della corsa). Oltre agli arti inferiori si utilizza la coordinazione degli arti superiori per le fasi di slancio.

E da tener presente che nel trail running sulle lunghe distanze il ritmo è spesso submassimale con una bassa tensione muscolare. Come risultato, il sistema nervoso centrale recluta prima le unità motorie specializzate in attività di lunga durata: ossia fibre muscoli a contrazione lenta (fibre di Tipo I) e successivamente le unità muscolari a contrazione rapida di tipo intermedio (fibre di Tipo IIa).

Poiché la fatica sembra sopraggiungere per fasi (Wilmore e Costill 1993), quando le fibre a contrazione lenta (Tipo I) e a contrazione rapida intermedie (Tipo IIa) si affaticano, vengono reclutate anche quelle rapide (Tipo IIx). Pertanto, l’organizzazione di un programma di allenamento che recluti e massimizzi il coinvolgimento di tutti e tre i tipi di fibre muscolari è il metodo migliore per aumentare la resistenza muscolare.

Discesa

La corsa in discesa è una parte fondamentale dell’allenamento della forza. Tenete presente che nella fase di atterraggio della corsa in discesa, o dopo un balzo, la muscolatura deve sostenere una forza che va da 5 a 8 volte il peso corporeo (5x75kg = 375kg!!!) per tantissime ripetizioni. Per ottimizzare la prestazione in discesa risulta molto utile eseguire esercizi che richiamino il tipo di contrazione eccentrica come la “sedia a muro”, affondi, step down, squat monopodalico.

Attenzione: la corsa in discesa va approcciata con molta attenzione per evitare danni muscolari o spiacevoli e rovinose cadute.

Esercizi

Conoscendo le difficoltà di molti runner ad andare in palestra, vi propongo alcuni esercizi che possono essere svolti a casa per il miglioramento della forza nei gruppi muscolari utilizzati nel trail running:

Dopo l’allenamento l’ideale sarebbe  correre per 15′ di fondo lento.

Sul mio canale youtube trovi tanti altre routine di allenamento.

Buon allenamento!