Il colpo di calore non arriva quando il termometro interno tocca una cifra magica. Arriva quando il sistema che dovrebbe smaltire il calore smette di funzionare. La differenza è tutto.
Nel 1977, durante una maratona competitiva, un atleta ha raggiunto 41.9°C di temperatura rettale. Ha mantenuto quel valore per 44 minuti, ha chiuso la gara e non ha mostrato alcun sintomo clinico di collasso. Nessuna confusione mentale, nessuna perdita di coordinazione. Solo un corpo che dissipava calore in modo efficiente, nonostante un valore che qualsiasi manuale clinico classificherebbe come ipertermia grave.
La lettura più pigra è che la temperatura interna sia il nemico assoluto. Non lo è. L’errore che quasi tutti commettono è fissarsi sul numero dimenticando il meccanismo. La temperatura rettale elevata è un segnale, non una condanna. Ciò che distingue un atleta acclimatato da uno che collassa è la capacità di mantenere stabile la gittata cardiaca mentre il sangue viene dirottato alla cute per dissipare calore. Se quel meccanismo regge, puoi toccare vette termiche estreme senza conseguenze.
Il vero limite è il plasma
Il cuore della termoregolazione non è la temperatura. È il volume plasmatico. Quando corri al caldo, il tuo corpo deve gestire due richieste in competizione: sangue ai muscoli per produrre movimento, sangue alla cute per disperdere calore. Se il volume totale di sangue in circolo è insufficiente, una delle due richieste va in crisi. E il sistema si spegne.
L’acclimatazione al calore risolve esattamente questo problema. Lo studio di Costa e colleghi su corridori di ultra-endurance lo dimostra con numeri precisi: dopo sole due sessioni di corsa di 2 ore a 30°C, il volume plasmatico a riposo aumenta del 7.9%. In termini pratici: più liquido nel compartimento vascolare, più volume di scarica sistolica, meno battiti necessari per mantenere la stessa gittata. La frequenza cardiaca media scende di 8 bpm a parità di sforzo.
Il risultato? La temperatura rettale si abbassa di 0.2°C. Non perché il corpo produca meno calore, ma perché lo dissipa meglio. E la percezione dello sforzo termico migliora in modo significativo.
Il protocollo che funziona
Non serve vivere in una camera climatica. Bastano sei sessioni in due settimane, con una progressione semplice:
- Fase 1 (giorni 1-6): 3 corse di 2 ore al 60% del VO2max a 30°C, separate da 48 ore di recupero.
- Fase 2 (giorni 8-14): 3 corse di 2 ore stesse intensità e durata, ma a 35°C, sempre con 48 ore tra le sessioni.
L’idratazione è ad libitum: bevi quando hai sete, senza forzare. Il corpo sa regolarsi se glielo permetti. L’espansione plasmatica è già significativa dopo la terza sessione a 30°C e si mantiene per tutto il protocollo.
L’intensità è cruciale: 60% del VO2max significa Z2 piena, il ritmo a cui puoi ancora parlare con frasi spezzate. Non è una corsa lenta, è il ritmo specifico a cui si corre una ultra. L’adattamento è specifico per il carico che alleni.
Sudorazione e deriva cardiovascolare
I dati del 1977 offrono un altro indizio prezioso. L’impennata termica tardiva nell’atleta che ha toccato 41.9°C è stata attribuita a una transitoria riduzione della sudorazione. Una pausa nel sistema di raffreddamento, non un suo collasso definitivo. La termoregolazione è un processo dinamico, non un interruttore on/off.
Nelle ultra trail, il fenomeno che devi conoscere è la deriva cardiovascolare: a parità di ritmo, la frequenza cardiaca sale progressivamente con il passare delle ore. È fisiologica, ma diventa pericolosa quando si somma alla disidratazione e all’accumulo termico. L’acclimatazione al calore riduce questa deriva perché il cuore parte da una frequenza più bassa e ha più margine prima di toccare i limiti superiori.
La perdita di massa corporea è un indicatore utile ma non assoluto. Nello studio del 1977, gli atleti hanno perso tra 2.4 e 3.0 kg di acqua in condizioni fresche. Una moderata disidratazione è fisiologica nella maratona. Il problema non è perdere liquidi: è perdere troppi elettroliti e non riuscire a mantenere il volume plasmatico.
Costruire la tolleranza
L’acclimatazione non è solo una questione di plasma. A livello cellulare, l’esposizione ripetuta al calore stimola la produzione di proteine da shock termico (HSP). Queste proteine proteggono le cellule dallo stress termico, mantengono l’integrità della barriera intestinale e riducono il rischio di endotossiemia, uno dei fattori scatenanti del colpo di calore da sforzo.
Il consiglio pratico per chi prepara una ultra in ambiente caldo è netto: inizia l’acclimatazione almeno due settimane prima. Non serve andare in sauna dopo gli allenamenti, serve correre direttamente al caldo. Se vivi in un clima fresco e devi competere al caldo, programma un arrivo anticipato di 7-10 giorni sulla sede di gara. Le prime due sessioni a 30°C bastano per attivare gli adattamenti chiave.
Durante la gara, il segnale da monitorare non è la temperatura che senti sulla pelle. È la coordinazione motoria e la lucidità mentale. Se inizi a inciampare senza motivo o a fare scelte strane, fermati. Raffreddati. Bevi. La temperatura interna può essere alta e il sistema ancora funzionante. Ma se il sistema nervoso centrale va in crisi, il gioco è finito.
Il caldo si allena. Si allena con il volume plasmatico, con la progressione termica, con la pazienza di chi sa che l’adattamento è rapido ma va rispettato. Due settimane ben fatte valgono più di mesi di sofferenza improvvisata.
Buone corse!
Riferimenti
Maron MB, Wagner JA, Horvath SM. Thermoregulatory responses during competitive marathon running. Journal of Applied Physiology. 1977;42(6):909-914.
Costa RJS, Crockford MJ, Moore JP, Walsh NP. Heat acclimation responses of an ultra‐endurance running group preparing for hot desert‐based competition. European Journal of Sport Science. 2012.

Manuel Cavalieri è TrainingPeaks Accredited Coach
Questo è un articolo della Sport Academy
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