Nutrizione Endurance: la variabile allenante che non puoi più ignorare

Woman wearing a teal shirt and green vest trail-running along a rocky alpine ridge with mountains in the distance

La nutrizione non è un menù: è una variabile allenante

Per anni abbiamo pensato alla nutrizione nello sport come a un capitolo separato: da un lato l’allenamento, dall’altro l’alimentazione. Due mondi distinti che si toccavano solo nel pasto pre-gara o nel recupero post-allenamento. La scienza degli ultimi anni ha ribaltato questa visione: la nutrizione è una variabile allenante a tutti gli effetti, esattamente come il volume, l’intensità e la frequenza. Va periodizzata, modulata e individualizzata con la stessa cura con cui si costruisce un piano di allenamento. Non è un menù fisso: è una strategia dinamica che cambia in funzione del momento della stagione, dell’obiettivo e della risposta individuale.

In questa guida vedremo come integrare la nutrizione nel processo di allenamento, partendo dalle evidenze più recenti sui carboidrati, passando per la periodizzazione nutrizionale e il gut training, fino alla gestione pratica di idratazione ed elettroliti nel trail e nell’ultra endurance.

Carboidrati e crossover point: il cambio di paradigma

Per decenni il dogma è stato: risparmiare glicogeno, diventare fat-adapted, spostare il metabolismo verso i lipidi per durare più a lungo. La logica era semplice — le scorte di glicogeno sono limitate, i grassi sono abbondanti, quindi meglio usare i grassi. Peccato che la fisiologia racconti una storia diversa.

Il quoziente respiratorio (QR) è il rapporto tra CO₂ espirata e O₂ inspirato: ci dice quale substrato il corpo sta utilizzando. QR=1 significa solo carboidrati, QR=0.7 solo grassi. La differenza cruciale è nell’efficienza: i carboidrati producono 5.05 kcal per litro di O₂, i grassi 4.69 kcal/L. Sembra poco, ma nell’endurance si traduce in una differenza enorme di fatica percepita. Due atleti che corrono la stessa maratona: quello glucido-dipendente consumerà circa 460 L di O₂ (87% VO₂max), quello grasso-dipendente circa 495 L (94% VO₂max). Il secondo è vicino al limite, il primo ha ancora margine.

Il crossover point è il punto in cui il metabolismo inizia a spostarsi dai carboidrati ai grassi, con conseguente calo del ritmo e aumento della fatica percepita. Per anni è stato considerato inevitabile. Gli studi di Fell (2021) e Harris (2022) hanno dimostrato che può essere ritardato o addirittura eliminato con un’adeguata assunzione di carboidrati durante l’esercizio:

  • 0 g/h (solo acqua): crossover point evidente, metabolismo costretto a spostarsi verso i grassi
  • 45 g/h: crossover point ritardato
  • 90 g/h: crossover point ritardato enormemente, circa 160 minuti di dipendenza glucidica
  • 120 g/h: crossover point eliminato — metabolismo fortemente orientato ai CHO per tutta la durata

Il messaggio è chiaro: più carboidrati forniamo durante lo sforzo, più a lungo manteniamo il metabolismo nella zona di massima efficienza. L’obiettivo non è risparmiare carboidrati ma usarli al massimo, perché danno più energia per litro di ossigeno. Non è un caso che i tentativi di record del mondo nella maratona vedano tassi di assunzione glucidica costantemente superiori a 100 g/h.

Attenzione però: questo non significa che tutti debbano assumere 120 g/h. Il vero limite oggi non è metabolico ma gastrointestinale. E qui entra in gioco il gut training.

Allenare l’intestino: il gut training

L’intestino è un organo allenabile esattamente come il cuore e i muscoli. La capacità di assorbire carboidrati durante lo sforzo non è fissa: si adatta con l’esposizione progressiva. Il principio è semplice: il piano gara si costruisce in allenamento, e questo vale anche per la nutrizione.

Il gut training segue una progressione chiara:

  • Punto di partenza: 30-60 g/h di CHO, 400-600 ml/h di fluidi
  • Progressione: aumentare solo se tollerato, monitorando sintomi gastrointestinali, condizioni ambientali e intensità
  • Obiettivo: arrivare al target di gara con la certezza che l’intestino lo regga

La tolleranza gastrointestinale si allena negli allenamenti lunghi, nei B2B e nelle simulazioni gara. Non ha senso definire un target teorico di 90 g/h e presentarsi in gara senza averlo mai testato. I fattori che influenzano la tolleranza sono molteplici: intensità dello sforzo, temperatura, impatto meccanico (soprattutto nelle discese trail), quota di hiking. Una strategia che funziona in bici potrebbe fallire nella corsa, e una che funziona in pianura potrebbe collassare su un trail con 3000 metri di dislivello.

Per massimizzare l’assorbimento, il mix ideale è glucosio + fruttosio in rapporto 2:1: i due zuccheri usano trasportatori intestinali diversi, aumentando la capacità totale di uptake. Questo permette di superare il vecchio limite dei 60 g/h e arrivare fino a 90-120 g/h in atleti ben adattati.

Periodizzazione nutrizionale: train low, train high

Così come periodizziamo volume e intensità, dobbiamo periodizzare la disponibilità di carboidrati. Il principio guida è alternare stimolo metabolico e qualità della prestazione:

Fase generale

Alta frequenza di train low: allenamenti a digiuno o con bassa disponibilità glucidica. L’obiettivo è stimolare gli adattamenti mitocondriali, aumentare l’ossidazione dei grassi e migliorare la flessibilità metabolica. Frequenza: 2-3 sedute a settimana, limitate ai lavori aerobici facili. Mai usare train low nei lavori di qualità o nei lunghi impegnativi. Sempre refeed post-sessione con carboidrati e proteine.

Fase specifica

Riduzione progressiva del train low. Introduzione sistematica del fueling in allenamento: ogni lungo, B2B e simulazione gara diventa un’occasione per allenare l’intestino oltre che le gambe. L’obiettivo si sposta dall’adattamento metabolico alla qualità prestativa e alla tolleranza intestinale.

Taper

Train low quasi azzerato. Massima disponibilità glucidica per ridurre la fatica residua e arrivare al via con le scorte piene. È il momento di consolidare la routine pre-gara, non di sperimentare.

Il messaggio operativo è: costruisci adattamento con il train low mirato, costruisci performance allenando il fueling, e avvicinandoti alla gara sposta tutto verso la disponibilità alta. L’errore più comune è il low carb cronico, che compromette la qualità dei lavori chiave e alla lunga de-allena la capacità di usare i carboidrati in gara — esattamente il contrario di ciò che serve.

Idratazione e sodio: oltre i luoghi comuni

Il sodio è probabilmente l’integratore più frainteso nell’endurance. La narrazione dominante — «sudando perdi sodio, devi reintegrarlo» — è una semplificazione che le evidenze non supportano.

La revisione di Alan McCubbin (Monash University) ridimensiona il ruolo del sodio nella performance. Il punto centrale è che il sodio va sempre interpretato in rapporto all’acqua, non in valore assoluto. Se perdiamo molta acqua ma beviamo poco, la concentrazione di sodio nel sangue sale naturalmente: aggiungere sodio in questo scenario non serve. Il sodio diventa importante solo quando l’atleta reintegra oltre il 70% delle perdite di liquidi — situazione tipica delle gare molto lunghe o degli eventi al caldo.

Altro mito da sfatare: la dieta dell’atleta medio di endurance contiene già molto sodio (spesso oltre 3000 mg/die), perché gli atleti mangiano tanto. Il corpo, inoltre, non subisce passivamente le perdite: reni e ghiandole sudoripare modulano continuamente l’escrezione. Il «carico di sodio» pre-gara ha un’efficacia molto limitata: studi mostrano che solo il 21% del sodio extra ingerito viene trattenuto, il resto viene rapidamente escreto.

In sintesi: il sodio non è un ergogenico diretto. Il suo ruolo è mantenere l’equilibrio osmotico in atleti che bevono molto. Serve nelle gare lunghe e calde, non «sempre e comunque».

Magnesio e integrazione mirata: cosa dicono le evidenze

Il magnesio partecipa a oltre 300 reazioni biochimiche, dalla produzione di energia alla contrazione muscolare. È uno degli integratori più diffusi, spesso consigliato per crampi, stanchezza e recupero. Ma cosa dicono davvero gli studi?

Le evidenze sono forti solo in ambiti specifici: prevenzione del diabete tipo 2 (la carenza peggiora la resistenza insulinica) e sindrome premestruale (riduce irritabilità e gonfiore). Per pressione arteriosa l’effetto è modesto (2-4 mmHg). Per i crampi muscolari — l’uso più comune tra gli atleti — le evidenze sono molto deboli: una revisione del 2020 ha concluso che il magnesio non è efficace per i crampi idiopatici.

La scelta della forma è cruciale, perché la biodisponibilità varia enormemente:

  • Bisglicinato: alta biodisponibilità, nessun effetto lassativo, azione calmante. È la forma più versatile
  • Citrato: buon assorbimento, economico, leggero effetto lassativo
  • Cloruro: ottima solubilità, reintegro rapido
  • Ossido: biodisponibilità bassissima, effetto lassativo marcato — sconsigliato per integrazione

La dose giornaliera raccomandata è 300-400 mg. Chi è carente trae i maggiori benefici; chi ha livelli normali vede effetti minimi. Come sempre, l’integrazione va personalizzata sulla base di carenze documentate, non di mode.

Strategia pratica per trail e ultra endurance

Nel trail e nell’ultra la nutrizione si complica: non conta solo la durata, ma anche il dislivello, l’alternanza corsa/cammino, la temperatura, la quota, l’accesso ai ristori e l’impatto meccanico delle discese sulla tolleranza gastrointestinale.

Ecco i principi operativi fondamentali:

  • Mai arrivare in gara con una strategia nutrizionale solo teorica. Ogni target di CHO, ogni tipo di prodotto, ogni timing va testato in allenamenti specifici
  • Nei lunghi trail specifici: replicare il pattern gara — assunzioni in salita, falsopiano, dopo le discese. Validare la tolleranza sotto fatica reale
  • Nei B2B: giorno 1 testare la sostenibilità dell’intake; giorno 2 verificare tolleranza residua e appetibilità in fatica accumulata
  • Attenzione alle discese: l’impatto meccanico può scatenare nausea e bloccare la digestione. In atleti sensibili, niente solido in salita, sorsi di maltodestrine diluite, coca cola ai ristori per distensione gastrica, cibo solido salato solo in discesa e falsopiano
  • Finestra chiave: la discesa è il momento in cui lo stomaco si riapre. Se non rifornisci in discesa, entri in carenza nella salita successiva

Un protocollo baseline per il trail parte da 40-60 g/h di CHO e 400-600 ml/h di fluidi, con progressione individuale. La distribuzione ideale è frazionata: piccole quantità ogni 10-15 minuti, mai boli concentrati da 40-50 g in un colpo solo.

L’atleta è il laboratorio

La nutrizione nell’endurance ha superato la fase delle formule magiche e delle diete standard. Oggi sappiamo che la strategia vincente è quella che coordina tre dimensioni: metabolismo (train low periodizzato per l’adattamento, train high per la performance), carico (la nutrizione segue la periodizzazione dell’allenamento, non il contrario) e tolleranza individuale (niente target teorico vale se non è stato testato).

Non esiste la dieta perfetta. Esiste la strategia dinamica che massimizza l’adattamento quando serve adattamento e la disponibilità energetica quando serve performance. Il resto è personalizzazione: tasso di sudorazione, risposta gastrointestinale, preferenze individuali. L’atleta è il laboratorio, il coach è il ricercatore, la gara è l’esperimento finale.

Manuel Cavalieri è TrainingPeaks Accredited Coach

Questo è un articolo della Sport Academy

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