Tecnica di corsa: perché migliorarla è il primo investimento sulla performance

Male trail runner in a black tank top and shorts sprints along a rocky forest path as dust rises behind him.

La tecnica di corsa non è questione di stile

Si parla molto di tecnica di corsa, quasi sempre a sproposito. L’errore più comune è ridurla a un’estetica del movimento: «corri bene» come sinonimo di «corri in modo aggraziato». La lettura più pigra è quella che la liquida con un «lascia fare alla natura, il corpo sa come muoversi». Peccato che il corpo, lasciato a se stesso dopo anni di scarpe iper-ammortizzate, posture sedentarie e fatica cronica, sviluppi adattamenti che con l’efficienza hanno poco a che fare.

La tecnica di corsa è economia del gesto. In termini pratici: quanta energia consumi per correre a una data velocità. E l’economia non è un dettaglio: da sola spiega fino al 24% della performance di soglia, cioè di quella intensità che puoi sostenere a lungo senza accumulare fatica. Se hai un VO₂max elevato ma una tecnica scadente, è come avere un motore potente montato su un telaio che disperde energia a ogni giro. Migliorare la tecnica significa aumentare la velocità che puoi esprimere con lo stesso costo energetico, o abbassare il costo per la stessa velocità. Nel trail e nell’endurance, dove le ore di sforzo si contano a decine, questo si traduce in meno fatica percepita, minor carico articolare e una tenuta tecnica che non crolla dopo il trentesimo chilometro.

Le cinque fasi della corsa: capire il movimento per correggerlo

La corsa è una successione ciclica di passi in cui si alternano appoggio e volo. Ogni ciclo si scompone in cinque fasi, e la qualità di ciascuna determina l’efficienza complessiva.

1. Contatto al terreno

Il piede tocca il suolo. Più la velocità aumenta, più il contatto deve essere breve. L’errore classico è l’attacco di tallone: il piede atterra davanti al baricentro, generando una forza di frenata e un picco di impatto che risale lungo la catena cinetica. L’appoggio corretto, soprattutto a velocità sostenute, è di avampiede o di tutta la pianta, con il piede che atterra il più vicino possibile alla proiezione del ginocchio.

2. Carico e supporto

Il corpo assorbe l’impatto e si stabilizza. È la fase in cui il tendine d’Achille e l’arco plantare si deformano immagazzinando energia elastica. Un appoggio troppo rumoroso o una postura collassata (bacino che scende, ginocchio che cede verso l’interno) sono segnali di un carico mal gestito.

3. Spinta e propulsione

Quadricipite, gluteo e polpaccio lavorano per proiettare il corpo in avanti e verso l’alto. L’errore più frequente è la «corsa seduta»: bacino arretrato, spinta insufficiente, falcata che si accorcia. Il risultato è un movimento che consuma molto e produce poco.

4. Volo e oscillazione

Il piede si stacca da terra. La gamba recupera piegandosi al ginocchio, preparando l’appoggio successivo. Una fase di volo troppo lunga è spesso sintomo di passo eccessivo; una troppo corta indica mancanza di spinta.

5. Preparazione all’appoggio

Il piede si posiziona per il contatto successivo. L’obiettivo è atterrare con il ginocchio leggermente flesso, sotto il baricentro, non davanti. Qui la cadenza gioca un ruolo cruciale: una frequenza di passi troppo bassa costringe ad allungare la falcata e atterrare lontano, aumentando la frenata.

Appoggio del piede e cadenza: i due parametri che puoi modificare da subito

Non devi stravolgere tutto. Due leve bastano per ottenere miglioramenti misurabili.

L’appoggio. Nella corsa lenta, l’appoggio con tutta la pianta è accettabile. A velocità più elevate, l’avampiede diventa la scelta più efficiente perché riduce il tempo di contatto e sfrutta meglio il ritorno elastico. Il tallone non deve toccare terra. Se corri con scarpe molto ammortizzate e non senti cosa fa il piede, inserisci brevi tratti a piedi nudi su erba o pista: il corpo impara in fretta a proteggersi, adottando un appoggio più anteriore e morbido.

La cadenza. L’intervallo ideale è 170-180 passi al minuto. Non è un dogma, ma un riferimento: a parità di velocità, una cadenza più alta riduce il tempo di contatto, limita le oscillazioni verticali e sposta l’appoggio più sotto il baricentro. Per controllarla, conta i passi in 30 secondi e moltiplica per 2. Se sei sotto 165, lavora con un metronomo o con playlist a ritmo fisso, aumentando di 2-3 passi a settimana fino a stabilizzarti nella zona target.

Gli errori tecnici più comuni e come correggerli

Riconoscere il problema è il primo passo. Ecco i difetti che vedo più spesso e le correzioni che funzionano.

  • Corsa seduta. Bacino arretrato, spinta debole, falcata corta. Correzione: esercizi di spinta come skip, corsa balzata e affondi in cammino. Immagina di spingere il terreno indietro, non di sollevarti.
  • Corsa calciata. La gamba si distende troppo in avanti, il piede atterra lontano. Correzione: corsa calciata dietro, poi transizione allo skip. Concentrati sul recupero del tallone sotto i glutei.
  • Attacco di tallone. Frenata a ogni passo, picco di impatto. Correzione: corsa a piedi nudi su superfici morbide, esercizi di appoggio con focus sull’avampiede, leggero aumento della cadenza.
  • Braccia incrociate. Le mani superano la linea mediana del corpo, provocando rotazione del tronco e dispersione di energia. Correzione: corsa con braccia alte (mani all’altezza delle spalle) o con un bastone tenuto dietro la schiena, per stabilizzare il movimento sull’asse antero-posteriore.
  • Corsa rigida. Spalle contratte, pugni chiusi, movimento legnoso. Correzione: esercizi di rilassamento, mobilità articolare, controllare periodicamente mani e spalle durante la corsa.

Forza e core: la base invisibile di una buona tecnica

Nessuna correzione tecnica regge se manca la struttura che la sostiene. La forza non serve solo a spingere più forte: serve a stabilizzare le articolazioni, a trasmettere le forze senza dispersioni e a mantenere la postura quando la fatica avanza.

Il core (addominali, paravertebrali, pavimento pelvico, diaframma) è il centro di controllo. Un core debole si traduce in bacino instabile, oscillazioni laterali, perdita di spinta e compensi che caricano schiena e anche. Esercizi come plank, side plank, dead bug e bird dog, eseguiti con controllo e progressione, costruiscono la stabilità necessaria a tenere la postura corretta per ore.

I muscoli propulsivi vanno allenati con esercizi multiarticolari: squat, affondi, step-up. Il gluteo, in particolare, è spesso il grande assente nella corsa amatoriale. Se non si attiva, il quadricipite e i flessori dell’anca prendono il sopravvento, alterando la meccanica e aumentando il rischio di infortuni. Affondi in salita e ponti a terra sono strumenti semplici per risvegliarlo.

La corsa in salita è un metodo di forza specifica a tutti gli effetti. Pendenze attorno al 6% a 5 km/h migliorano la spinta e favoriscono una corsa più radente, senza stravolgere la tecnica. Oltre il 15% la meccanica si deforma: usala con parsimonia e solo dopo aver costruito una base di forza generale.

Esercizi di tecnica: pochi minuti che fanno la differenza

Non serve trasformare ogni seduta in una lezione di biomeccanica. Bastano 10-15 minuti inseriti nel riscaldamento, due o tre volte a settimana, per automatizzare i movimenti corretti.

Esercizi senza fase di volo (a terra):

  • Corsa calciata dietro: talloni verso i glutei, busto eretto, cadenza alta. Insegna il recupero rapido della gamba.
  • Corsa tampone (rullata): appoggio morbido, rotolamento completo del piede, minimo sollevamento. Educa all’elasticità e al contatto silenzioso.
  • Corsa balzata: balzi alternati con spinta decisa. Contrasta la corsa seduta e attiva il gluteo.

Esercizi con fase di volo:

  • Skip: ginocchia che salgono, spinta verso l’alto, busto fermo. Enfatizza la fase propulsiva.
  • Skip in allungo: come lo skip ma con progressione in avanti. Fa da ponte verso la corsa.
  • Corsa in allungo / sprint: tratti brevi a velocità controllata, per portare il nuovo schema motorio a intensità più alte.

La progressione didattica è semplice: prima impari il movimento a bassa velocità, poi lo porti nella corsa, infine lo mantieni sotto fatica.

La fatica distrugge la tecnica: allena la durability

Dopo 20 km di corsa, i dati parlano chiaro: il tempo di appoggio aumenta, la falcata si accorcia, la spinta diminuisce, la postura peggiora. Compaiono la corsa seduta, l’attacco di tallone, le braccia che si incrociano. Il costo energetico sale proprio quando hai meno energie da spendere.

L’errore che quasi tutti commettono è allenare la tecnica solo da freschi. La tecnica va costruita anche in condizioni di fatica, perché è lì che si deforma e che si può insegnare al corpo a resistere. Inserisci esercizi di tecnica nei fondi lunghi (dopo 60-90 minuti di corsa) o nei brick workout. Non cercare la perfezione: cerca il mantenimento dello schema motorio nonostante la stanchezza. È questo che costruisce la durability, la capacità di conservare l’economia del gesto per tutta la durata della gara.

La tecnica è economia, l’economia è performance

Non esiste un gesto perfetto uguale per tutti. Esiste un gesto efficiente per te, costruito su appoggio, cadenza, postura e forza, e protetto dalla fatica. Ogni miglioramento dell’1% nell’economia di corsa si traduce in secondi risparmiati a parità di sforzo, e in minuti quando la distanza supera le due ore. Nel trail e nell’endurance, dove il margine è fatto di dettagli, la tecnica non è un esercizio accessorio: è il primo investimento sulla performance.

Manuel Cavalieri è TrainingPeaks Accredited Coach

Questo è un articolo della Sport Academy

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Correre a 41.9°C senza esplodere: la scienza della termoregolazione nell’ultra trail

Two runners sprint along a dusty desert trail with rocky terrain and distant mountains in view, wearing hydration packs and athletic gear.

Il colpo di calore non arriva quando il termometro interno tocca una cifra magica. Arriva quando il sistema che dovrebbe smaltire il calore smette di funzionare. La differenza è tutto.

Nel 1977, durante una maratona competitiva, un atleta ha raggiunto 41.9°C di temperatura rettale. Ha mantenuto quel valore per 44 minuti, ha chiuso la gara e non ha mostrato alcun sintomo clinico di collasso. Nessuna confusione mentale, nessuna perdita di coordinazione. Solo un corpo che dissipava calore in modo efficiente, nonostante un valore che qualsiasi manuale clinico classificherebbe come ipertermia grave.

La lettura più pigra è che la temperatura interna sia il nemico assoluto. Non lo è. L’errore che quasi tutti commettono è fissarsi sul numero dimenticando il meccanismo. La temperatura rettale elevata è un segnale, non una condanna. Ciò che distingue un atleta acclimatato da uno che collassa è la capacità di mantenere stabile la gittata cardiaca mentre il sangue viene dirottato alla cute per dissipare calore. Se quel meccanismo regge, puoi toccare vette termiche estreme senza conseguenze.

Il vero limite è il plasma

Il cuore della termoregolazione non è la temperatura. È il volume plasmatico. Quando corri al caldo, il tuo corpo deve gestire due richieste in competizione: sangue ai muscoli per produrre movimento, sangue alla cute per disperdere calore. Se il volume totale di sangue in circolo è insufficiente, una delle due richieste va in crisi. E il sistema si spegne.

L’acclimatazione al calore risolve esattamente questo problema. Lo studio di Costa e colleghi su corridori di ultra-endurance lo dimostra con numeri precisi: dopo sole due sessioni di corsa di 2 ore a 30°C, il volume plasmatico a riposo aumenta del 7.9%. In termini pratici: più liquido nel compartimento vascolare, più volume di scarica sistolica, meno battiti necessari per mantenere la stessa gittata. La frequenza cardiaca media scende di 8 bpm a parità di sforzo.

Il risultato? La temperatura rettale si abbassa di 0.2°C. Non perché il corpo produca meno calore, ma perché lo dissipa meglio. E la percezione dello sforzo termico migliora in modo significativo.

Il protocollo che funziona

Non serve vivere in una camera climatica. Bastano sei sessioni in due settimane, con una progressione semplice:

  • Fase 1 (giorni 1-6): 3 corse di 2 ore al 60% del VO2max a 30°C, separate da 48 ore di recupero.
  • Fase 2 (giorni 8-14): 3 corse di 2 ore stesse intensità e durata, ma a 35°C, sempre con 48 ore tra le sessioni.

L’idratazione è ad libitum: bevi quando hai sete, senza forzare. Il corpo sa regolarsi se glielo permetti. L’espansione plasmatica è già significativa dopo la terza sessione a 30°C e si mantiene per tutto il protocollo.

L’intensità è cruciale: 60% del VO2max significa Z2 piena, il ritmo a cui puoi ancora parlare con frasi spezzate. Non è una corsa lenta, è il ritmo specifico a cui si corre una ultra. L’adattamento è specifico per il carico che alleni.

Sudorazione e deriva cardiovascolare

I dati del 1977 offrono un altro indizio prezioso. L’impennata termica tardiva nell’atleta che ha toccato 41.9°C è stata attribuita a una transitoria riduzione della sudorazione. Una pausa nel sistema di raffreddamento, non un suo collasso definitivo. La termoregolazione è un processo dinamico, non un interruttore on/off.

Nelle ultra trail, il fenomeno che devi conoscere è la deriva cardiovascolare: a parità di ritmo, la frequenza cardiaca sale progressivamente con il passare delle ore. È fisiologica, ma diventa pericolosa quando si somma alla disidratazione e all’accumulo termico. L’acclimatazione al calore riduce questa deriva perché il cuore parte da una frequenza più bassa e ha più margine prima di toccare i limiti superiori.

La perdita di massa corporea è un indicatore utile ma non assoluto. Nello studio del 1977, gli atleti hanno perso tra 2.4 e 3.0 kg di acqua in condizioni fresche. Una moderata disidratazione è fisiologica nella maratona. Il problema non è perdere liquidi: è perdere troppi elettroliti e non riuscire a mantenere il volume plasmatico.

Costruire la tolleranza

L’acclimatazione non è solo una questione di plasma. A livello cellulare, l’esposizione ripetuta al calore stimola la produzione di proteine da shock termico (HSP). Queste proteine proteggono le cellule dallo stress termico, mantengono l’integrità della barriera intestinale e riducono il rischio di endotossiemia, uno dei fattori scatenanti del colpo di calore da sforzo.

Il consiglio pratico per chi prepara una ultra in ambiente caldo è netto: inizia l’acclimatazione almeno due settimane prima. Non serve andare in sauna dopo gli allenamenti, serve correre direttamente al caldo. Se vivi in un clima fresco e devi competere al caldo, programma un arrivo anticipato di 7-10 giorni sulla sede di gara. Le prime due sessioni a 30°C bastano per attivare gli adattamenti chiave.

Durante la gara, il segnale da monitorare non è la temperatura che senti sulla pelle. È la coordinazione motoria e la lucidità mentale. Se inizi a inciampare senza motivo o a fare scelte strane, fermati. Raffreddati. Bevi. La temperatura interna può essere alta e il sistema ancora funzionante. Ma se il sistema nervoso centrale va in crisi, il gioco è finito.

Il caldo si allena. Si allena con il volume plasmatico, con la progressione termica, con la pazienza di chi sa che l’adattamento è rapido ma va rispettato. Due settimane ben fatte valgono più di mesi di sofferenza improvvisata.

Buone corse!

Riferimenti

Maron MB, Wagner JA, Horvath SM. Thermoregulatory responses during competitive marathon running. Journal of Applied Physiology. 1977;42(6):909-914.

Costa RJS, Crockford MJ, Moore JP, Walsh NP. Heat acclimation responses of an ultra‐endurance running group preparing for hot desert‐based competition. European Journal of Sport Science. 2012.

Manuel Cavalieri è TrainingPeaks Accredited Coach

Questo è un articolo della Sport Academy

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Zone e Metodi di Allenamento: Perché Lavorare in Soglia Non Basta ad Alzare la Soglia

Male trail runner in orange and black gear moving over a rocky forest path with sunlight filtering through trees behind him at dawn sunbeams.

L’errore che quasi tutti commettono: se vuoi andare più forte in soglia, fai ripetute in soglia. È la lettura più pigra, e quasi sempre fallisce. La tua soglia dipende per il 65-76% dal VO₂max, per il 20-24% dall’economia del gesto e solo per il 4% dalla percentuale di utilizzo del VO₂max. In altre parole, prima devi costruire il motore e rendere ogni passo più efficiente. Le zone e i metodi di allenamento sono il vocabolario che ti serve per farlo senza sprecare energie.

Le Zone di Allenamento: Il Vocabolario Minimo

Le zone non sono etichette per riempire il campo note di Strava: definiscono quale sistema energetico stai stimolando e con quale substrato. Conoscere le cinque zone di corsa ti permette di assegnare a ogni seduta uno scopo chiaro.

  • Z1 – Recupero / Fondo Lentissimo: meno del 70% della frequenza cardiaca massima, lattato sotto 1 mmol/L. Substrato prevalentemente lipidico. Serve per recuperare tra sedute intense, defaticare o riscaldare. Durata tipica 30-50 minuti, che possono estendersi a diverse ore per chi prepara ultra.
  • Z2 – Fondo Lento: 70-80% FCmax, lattato stabile e basso. Qui i lipidi sono il carburante principale, si risparmia glicogeno e si stimola la capillarizzazione muscolare. Puoi parlare senza affanno. Il fondo lungo, da 90 minuti a 3 ore, allena la capacità lipidica, cioè la quantità di grassi che riesci a ossidare nel tempo.
  • Z3 – Fondo Medio: 80-90% FCmax, leggero aumento del lattato ma ancora stabile. Lavori sulla potenza lipidica: la massima produzione di ATP che puoi sostenere con alta percentuale di grassi. Sedute da 20 a 60 minuti, continue o alternate a Z2 quando superi il 93% della soglia.
  • Z4 – Soglia: 90-95% FCmax, attorno ai 2-4 mmol/L di lattato. Il glicogeno diventa predominante. Migliora l’equilibrio tra produzione e smaltimento del lattato. Lavoro continuato di 10-40 minuti, oppure frazionato (2×20′ o 3×15′).
  • Z5 – VO₂max: 95-100% FCmax, lattato oltre 4 mmol/L. Stimola la massima capacità aerobica e l’economia di corsa ad alta intensità. Ripetute da 3 a 8 minuti con recupero attivo.

Perché la Soglia Non Si Allena (Solo) in Soglia

Uno studio recente su 888 atleti ha misurato il peso di VO₂max, economia del gesto e percentuale di utilizzo del VO₂max sul valore di soglia. Il risultato è netto: VO₂max spiega quasi tre quarti della performance, l’economia circa un quinto. Il restante è marginale.

Questo significa che se il tuo VO₂max è basso, puoi fare tutti i lavori in Z4 che vuoi ma la soglia assoluta si muoverà di poco. Devi alzare il tetto aerobico con volume a bassa intensità, lunghi in Z2, e migliorare l’efficienza del gesto con esercizi specifici, tecnica di corsa, forza generale e ripetute brevi in Z5 che allenano il sistema nervoso a consumare meno ossigeno per ogni watt o per ogni passo.

C’è un terzo fattore silenzioso: la potenza glicolitica. Atleti con una potenza anaerobica più bassa producono meno lattato a tutte le intensità. La loro curva del lattato è spostata a destra, quindi la soglia è più alta a parità di VO₂max. In pratica, più sei efficiente e meno “carburante sporco” produci, più tardi arrivi alla soglia. Lavorare sulla potenza lipidica e sull’economia porta esattamente a questo.

I Metodi Continuati: La Vera Costruzione del Motore

I metodi continuati sono allenamenti senza pause strutturate. Costituiscono lo scheletro di qualsiasi programma endurance, perché costruiscono le basi fisiologiche che le sedute intense vanno solo a rifinire.

Recupero (Z1): usalo il giorno dopo un lavoro intenso o come riscaldamento. Non serve a creare adattamenti, ma a mantenerli: attivi la circolazione, smaltisci cataboliti e prepari il corpo allo stimolo successivo. Su un ultra-trail, il recupero attivo può diventare un’abilità: camminare o correre piano per ore senza accumulare fatica aggiuntiva.

Fondo lento e fondo lungo (Z2): sono il mattone dell’endurance. Il fondo lungo da 90 minuti a 3 ore allena la capacità lipidica: abitui il corpo a preservare il glicogeno e pescare sempre più energia dai grassi. In parallelo, stimoli l’angiogenesi, cioè la formazione di nuovi capillari, che migliora l’arrivo di ossigeno alle fibre muscolari. Più capillari = più VO₂max sfruttabile.

Fondo medio (Z3): è la zona della potenza lipidica. Mentre il lungo ti dice “posso usare grassi a lungo”, il medio ti dice “posso usare grassi anche quando vado forte”. È la differenza tra finire una gara e andare a un ritmo utile. Sedute di 20-60 minuti continue, oppure alternate a Z2 se superi il 93% della soglia, alzano il punto in cui inizi ad accumulare lattato.

Soglia e VO₂max: Dosi Minime, Effetto Massimo

Una volta costruita la base, i lavori in Z4 e Z5 diventano affilati. Il lavoro di soglia (Z4) si fa in blocchi di 10-40 minuti continui o in frazioni come 2×20′ con 3-5′ di recupero attivo. Migliora la capacità di sostenere un’intensità elevata senza che il lattato ti fermi. Ma ricorda: senza una base di VO₂max ed economia, questi lavori sono come una messa a punto su un motore piccolo.

Il VO₂max (Z5) richiede ripetute di 3-8 minuti a intensità molto alta, con recupero attivo. Lo scopo non è produrre acido lattico, ma stimolare il sistema aerobico al suo massimo, migliorare il trasporto di ossigeno e la capacità tampone. Inoltre, correre a velocità elevate allena il gesto in economia: ogni ripetuta è una lezione di efficienza meccanica.

Un errore frequente: moltiplicare le sedute in Z4 e Z5 pensando di “rafforzare la soglia”. Invece si accumula fatica neurale e metabolica, si alza il cortisolo e si blocca la supercompensazione. La regola aurea è: 80% del volume in Z1-Z2, 20% in Z3-Z5, con una o al massimo due sedute intense a settimana per l’amatore. I professionisti si spingono oltre perché hanno un’altra capacità di recupero, ma il principio non cambia.

Progressione e Recupero: I Due Alleati Dimenticati

La supercompensazione non è una teoria da manuale: è il processo con cui il tuo corpo, dopo uno stimolo, si ricostruisce più forte di prima. Funziona solo se rispetti i tempi di recupero, che variano da sistema a sistema. Il glicogeno muscolare si ripristina in 24-48 ore, le fibre muscolari in 24-72, il tessuto connettivo fino a 96 ore. Se accumuli sedute intense senza recupero, la fatica sale e la fitness reale scende: è la differenza tra cronometro e sensazioni.

Nel modello fitness-fatica, la prestazione reale è Fitness − Fatigue. La fatica sale subito dopo una seduta dura e cala in ore o giorni; la fitness sale lentamente e persiste per settimane. Il segreto del tapering pre-gara è ridurre la fatica mantenendo la fitness. Se in allenamento non dai al corpo il tempo per far calare la fatica, non crei mai fitness reale. Controlla la frequenza cardiaca a riposo al mattino: se è stabilmente più alta di 5-8 bpm rispetto alla tua media, sei in debito di recupero.

La Settimana Tipo: Come Combinare Zone e Metodi

Non esiste un menù unico, ma esiste una struttura che rispetta i principi. Un esempio per un trailer che prepara una gara di 30-50 km con dislivello:

  • Lunedì: 40 min Z1 o riposo totale.
  • Martedì: 60 min Z2 con 20 min Z3 centrali (fondo medio su terreno ondulato).
  • Mercoledì: Riposo o 30 min Z1 + forza generale (affondi, core, balzi a basso impatto).
  • Giovedì: 2×20′ in Z4 (soglia) su strada o salita regolare, con 5′ recupero in Z1.
  • Venerdì: 40 min Z1 oppure nuoto/bici in Z1 per attivare senza caricare.
  • Sabato: Fondo lungo: 2-3 ore Z2, possibilmente su sentiero, con dislivello simile al target di gara.
  • Domenica: 45 min Z1 su terreno piatto, esercizi di mobilità.

Questa struttura destina circa l’80% del tempo alle basse intensità e inserisce uno stimolo di soglia e uno di fondo medio, rispettando gli eterocronismi: dopo il giovedì intenso, si recupera venerdì e si usa il sabato per un adattamento lipidico. I giorni di forza sono lontani dai giorni di qualità per non sommare fatica. Puoi scalare i volumi inserendo settimane di scarico ogni 3-4 settimane, dove il volume totale cala del 30% e l’intensità alta scompare.

Smetti di Rincorrere i Numeri, Inizia a Costruire il Motore

Le zone di allenamento sono una mappa, non una prigione. Usale per rispondere a una domanda ogni volta che ti alleni: quale sistema voglio stimolare oggi e perché? Se la risposta è “voglio solo andare forte”, stai solo accumulando fatica. Se invece sai che un’ora in Z2 serve alla tua soglia più di due ripetute fatte male, allora stai facendo il lavoro giusto. Il resto è pazienza e costanza, non magia.

Manuel Cavalieri è TrainingPeaks Accredited Coach

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La privazione di sonno non è resistenza mentale: è un freno che puoi dosare

Hiker resting on a rocky ledge at night, headlamp on, under a star-filled sky and Milky Way

L’errore più comune quando si parla di ultra endurance e sonno è ridurre tutto a una questione di forza mentale. “Resistere senza dormire”. “Spingere oltre la stanchezza”. La realtà è molto meno epica e molto più fisiologica: la privazione di sonno non è un inconveniente, è un vero e proprio fattore limitante della prestazione, che puoi conoscere e dosare quanto l’alimentazione o il passo.

Non è solo stanchezza: come il sonno perso cambia la tua gara

La letteratura scientifica lo dice da anni. Una review di Fullagar e colleghi (2015) ha esaminato tutti gli studi disponibili sugli effetti della perdita di sonno nelle prestazioni sportive: il risultato più colpito non è la forza massimale o la potenza, ma la performance di endurance e le funzioni cognitive. Tempi di reazione, accuratezza decisionale, umore: tutto peggiora in modo misurabile già dopo una sola notte di sonno ridotto. Immagina di dover gestire l’alimentazione, leggere il GPS o decidere se spingere in discesa con questo deficit di lucidità. L’errore di valutazione ti costa molto più della fatica muscolare.

Tuttavia, c’è un aspetto controintuitivo che merita attenzione. Uno studio classico del 2013 (Saugy et al.) ha analizzato un’ultra-maratona estrema di 330 km con 24.000 metri di dislivello, paragonandola a gare di circa 166 km. I valori di danno muscolare (creatina chinasi, mioglobina, PCR) erano nettamente inferiori rispetto alle distanze più brevi. Perché? La risposta sta in due meccanismi intrecciati: un pacing conservativo fin dall’inizio, sapendo che la fatica arriverà comunque, e l’effetto della deprivazione di sonno come freno biologico. Dopo decine di ore, la sonnolenza impedisce di esprimere intensità elevate, costringendo a un passo prevalentemente di cammino che protegge le fibre muscolari dai microtraumi eccentrici. In pratica, il corpo si autolimita per sopravvivere.

Il paradosso della protezione e la qualità del recupero

Questa “protezione” non è gratis. Lo stesso studio mostra che la fatica centrale (misurata con il calo del rapporto di attivazione centrale) è massiccia: il sistema nervoso riduce volontariamente il drive motorio, perché percepisce il pericolo. Nei tratti in cui serve reattività, equilibrio o forza esplosiva, il corpo semplicemente non risponde più. E non è solo un problema della gara.

Dopo una forte privazione di sonno, la notte di riposo successiva è tutto fuorché ristoratrice. Una ricerca su fisiologia respiratoria (Neilly et al., 1992) ha dimostrato che la deprivazione selettiva di sonno (sia REM che non-REM) provoca un rebound disordinato: nella prima fase REM di recupero, aumentano gli episodi di ipoventilazione e l’instabilità respiratoria. In termini pratici, il tuo sonno post-gara sarà più frammentato, con una qualità di recupero inferiore a quella che misureresti in una notte normale. Non basta una dormita lunga: serve tempo (almeno due notti) per ripristinare un controllo ventilatorio e autonomico stabile.

Come si gestisce davvero il sonno in ultra endurance

La revisione di Bonnar e colleghi (2018) sugli interventi di sonno per atleti chiarisce che le regole generiche di igiene del sonno non bastano. L’atleta di ultra trail ha esigenze specifiche: allenamenti serali, ansia pre-gara, jet lag, e soprattutto la necessità di dormire poco e bene durante l’evento. Ecco tre leve che puoi usare, basate su queste evidenze:

  • Estensione del sonno pre-gara. Nei 5-7 giorni prima dell’evento, punta a 9-10 ore di tempo totale a letto. Non si tratta di “dormire di più nel weekend”, ma di accumulare riserva di sonno profondo, quella che sostiene il rilascio di ormone della crescita e la riparazione muscolare. Questo è l’unico vero pre-carico del sonno che funzioni.
  • Micro-nanne in gara. Nelle competizioni oltre le 20 ore, un sonnellino di 10-20 minuti può restituire lucidità senza causare inerzia pesante. Il timing conta: meglio nelle prime ore del mattino (quando il ritmo circadiano è al minimo) o subito dopo un pasto. Appoggiati allo zaino, chiudi gli occhi e imposta una sveglia. Anche senza addormentarti profondamente, il solo riposo a occhi chiusi riduce il carico cognitivo.
  • Post-gara: niente illusioni sulla prima notte. Dopo un’ultra con forte privazione di sonno, il tuo sonno REM di rimbalzo sarà instabile. Pianifica due notti di riposo totale senza sveglie, al buio completo, prima di qualsiasi valutazione sullo stato di forma. Non giudicare la qualità del recupero da come ti senti il primo mattino.

Nessun farmaco, niente melatonina ad alte dosi senza controllo: la strada è la pianificazione. Gestire il sonno significa accettare che la privazione è un male inevitabile nelle ultra più estreme, ma che puoi dosarla proprio come l’intensità della corsa. Perché la vera resistenza non è resistere senza dormire, ma sapere quando fermarsi per ripartire meglio.

Buone corse!

Riferimenti

  • Fullagar HHK, Skorski S, Duffield R, et al. Sleep and athletic performance: the effects of sleep loss on exercise performance, and physiological and cognitive responses to exercise. Sports Med. 2015.
  • Saugy J, Place N, Millet GY, et al. Alterations of Neuromuscular Function after the World’s Most Challenging Mountain Ultra-Marathon. PLoS ONE. 2013.
  • Bonnar D, Bartel K, et al. Sleep Interventions Designed to Improve Athletic Performance and Recovery: A Systematic Review of Current Approaches. Sports Med. 2018.
  • Neilly JB, Kribbs NB, Maislin G, Pack AI. Effects of selective sleep deprivation on ventilation during recovery sleep in normal humans. J Appl Physiol. 1992.

Manuel Cavalieri è TrainingPeaks Accredited Coach

Questo è un articolo della Sport Academy

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Vacanza in montagna: come l’altitudine diventa il tuo blocco di costruzione

Two trail runners using trekking poles on a rocky alpine path with jagged mountains in the background.

Pensi che la vacanza in montagna sia un periodo di stop forzato. È la lettura più pigra che puoi fare. Se gestita con intelligenza, una settimana oltre i 1800 metri vale più di un blocco di allenamento in pianura. Il motivo è scritto nella tua fisiologia: l’ipossia ipobarica innesca un aumento dell’eritropoietina (EPO) già dopo poche ore, e in 10-14 giorni il volume eritrocitario cresce in modo misurabile, migliorando la capacità di trasportare ossigeno al muscolo.

Il problema, e l’errore che quasi tutti commettono, è credere che per sfruttare la quota si debba correre forte in quota. Non è così. L’intensità dell’allenamento in ipossia crolla, e forzarla porta solo a un accumulo di fatica senza qualità. Il principio corretto lo ha fissato Levine nel 1997: vivi alto, allenati basso. Significa che il corpo riceve lo stimolo ematopoietico dormendo e soggiornando in quota, mentre le sedute di qualità vanno eseguite a quote inferiori, dove puoi mantenere velocità vicine alla soglia.

Integrazione pratica: trasformare ogni giornata in un mattone

In vacanza non avrai mai la struttura di un programma standard, ed è giusto così. L’obiettivo non è replicare il piano, ma integrare stimoli mirati nel ritmo rilassato del soggiorno.

Alloggia sopra i 1800 metri. Il dato di Levine è chiaro: vivere a circa 2500 metri e allenarsi a 1250 ha prodotto un miglioramento del 5 km e del VO2max superiore al controllo. Puoi avvicinarti a questo schema scegliendo un rifugio o un albergo a quota sufficiente, e spostandoti a fondovalle per le sessioni più intense. Se il fondovalle non è accessibile, rinuncia alle sedute di corsa veloce e convertile in hiking power.

La camminata in forte pendenza con bastoncini è la seduta regina delle vacanze in montagna. Quando affronti pendenze superiori al 20%, alterna passo alternato e spinta simultanea: scarichi i quadricipiti e coinvolgi dorsali e tricipiti, costruendo la forza resistente che ti servirà nella seconda metà di una ultra alpina. La differenza di carico percepito scende fino al 20-30%. E, dettaglio non trascurabile, mantieni una postura eretta che migliora la respirazione diaframmatica, di nuovo fondamentale in ipossia.

Organizza così una giornata tipo:

  • Al risveglio: 40-60 minuti di corsa lenta (Z1-Z2) su sentiero facile sopra i 2000 metri, per consolidare l’acclimatazione e stimolare la capillarizzazione.
  • A metà mattina: uscita di hiking tecnico di 2-3 ore con bastoncini, puntando su pendenze tra il 15% e il 25%. Inserisci tratti di spinta simultanea sempre più lunghi man mano che la vacanza procede.
  • Seduta di qualità (opzionale): se hai accesso a un fondovalle sotto i 1200 metri, fai 20-30 minuti di fartlek in soglia. Altrimenti, programmala nel fine settimana successivo al rientro, quando la massa eritrocitaria è al picco.

Il vero guadagno non sta nel volume, ma nella densità degli stimoli. In vacanza accumuli ore di hiking e corsa lenta in ipossia, e questo alza la tua resistenza lipidica e la capacità di utilizzare i grassi a intensità medio-alte, un prerequisito per gare di ultra endurance oltre le 15 ore.

E il mare?

Se la tua destinazione è al livello del mare con temperature elevate, il meccanismo da integrare è l’acclimatazione al caldo. Anche in quel caso, l’errore è cercare di mantenere gli stessi ritmi: il corpo sta già gestendo un carico termico elevato. Quattro-cinque giorni di corsa lenta in condizioni di calore umido innescano un’espansione del volume plasmatico che, al rientro al clima temperato, ti restituisce qualche punto percentuale di performance. Non forzare la qualità nel caldo: usala come finestra per costruire la base lipidica e risparmia le sedute di soglia per gli ultimi giorni, quando il processo di acclimatazione è già avviato.

Qualunque sia la tua vacanza, il punto è lo stesso: smetti di vederla come un buco nero per l’allenamento e trasformala in un blocco di stimoli ambientali che a casa non puoi ottenere. I numeri chiave da ricordare:

  • 1800-2500 m di altitudine: finestra efficace per l’aumento di EPO e massa eritrocitaria.
  • 10-14 giorni: tempo minimo per un adattamento significativo del volume dei globuli rossi.
  • 20% di pendenza: la soglia oltre la quale i bastoncini diventano un reale risparmio muscolare.
  • 60 minuti di Z1 in quota: la seduta quotidiana che accelera l’acclimatazione senza accumulare fatica.

Buone corse.

Riferimenti

Levine BD, Stray-Gundersen J. “Living high-training low”: effect of moderate-altitude acclimatization with low-altitude training on performance. J Appl Physiol. 1997;83(1):102-112.

Allenamento Trail Running della Settimana: Bastoncini nel Trail. 2026. Disponibile su: https://www.manuelcavalieri.coach/2026/06/15/bastoncini-nel-trail-allenamento-trail-running-della-settimana/

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La montagna non è vacanza: è un laboratorio di resistenza

Two hikers climbing a rocky mountain trail with trekking poles and a dramatic alpine backdrop of jagged peaks and a valley below.

Quando la montagna non è solo panorama

Arrivi in baita, posi lo zaino e guardi le cime. La tentazione è trasformare la settimana in un lungo recupero attivo. Sbagliato.

La montagna, per un trail runner, è un acceleratore fisiologico. L’aria rarefatta modifica la produzione di globuli rossi, l’efficienza dell’ossigeno e la capacità di generare forza in salita. Ma solo se la usi con una logica precisa. L’errore più comune? Credere che basti “correre in alto” per migliorare. Non è così. Ecco perché.

Ipoxia, EPO e il modello live high–train low

Vivere sopra i 2000 metri riduce la pressione parziale dell’ossigeno: il corpo risponde aumentando l’eritropoietina (EPO) nel giro di poche ore, con un picco ematico di globuli rossi dopo due-tre settimane. Lo studio cardine di Levine e Stray-Gundersen (1997) ha confrontato tre gruppi di atleti: chi viveva e si allenava a 2500 m, chi viveva a 2500 m ma si allenava a 1250 m (“live high–train low”), e chi restava a livello del mare. Soltanto il gruppo LHTL migliorò la prestazione sui 5000 m e il VO2max, grazie all’aumento della massa eritrocitaria senza rinunciare all’intensità dell’allenamento.

Il messaggio è netto: dormire in quota dà lo stimolo ematico, ma gli allenamenti di qualità vanno fatti il più in basso possibile – o perlomeno a un’intensità che l’ipossia non comprometta.

La finestra pratica: dove dormire, quando spingere

Se hai solo una settimana di vacanza, l’innalzamento dei globuli rossi è trascurabile. Ma con 10-14 giorni, e soggiornando tra i 1800 e i 2500 metri, il segnale EPO comincia a costruire adattamenti. I lavori di soglia o le ripetute in salita vanno programmati sui sentieri di fondovalle (sotto i 1500 m) oppure nelle ore centrali della giornata, quando l’organismo è già acclimatato. Meglio ancora se la vacanza supera le tre settimane: i cambiamenti ematici si consolidano e la potenza aerobica ringrazia.

Attenzione alla variabilità individuale: alcuni atleti sono “non-responder”, il loro midollo osseo non reagisce all’ipossia con un incremento significativo di eritrociti. In ogni caso, l’idratazione è cruciale: a 2000 metri l’aria secca fa perdere fino a 500 ml di acqua in più al giorno solo con la respirazione. Bevi ogni 15-20 minuti durante l’allenamento, anche se non hai sete.

Salita: i bastoncini come leva metabolica

L’allenamento montano perfetto unisce stimolo ipossico e forza resistente. Su pendenze dal 12% al 25%, la camminata potente con bastoncini è il gesto che allena il reclutamento della catena posteriore senza sovraccaricare i quadricipiti. La tecnica a passo alternato (braccio destro con gamba sinistra) si usa sui tratti corribili o con pendenza costante; la spinta simultanea entra in gioco sui gradoni oltre il 20%, dove entrambi i bastoncini piantati davanti scaricano il peso su dorsali e tricipiti.

Due sessioni settimanali da inserire:

  • Uscita tecnica 1: salita di 25-30 minuti al 12-15%, passo alternato costante, poi 10 minuti senza bastoncini per sentire la differenza di carico sulle gambe. Ripeti due volte con recupero in discesa a passo agile.
  • Uscita tecnica 2: salita a progressione, 5 minuti alternato, 5 minuti simultaneo, ultimi 5 minuti senza bastoncini ad andatura massimale su pendenza severa. Così alleni il passaggio fluido da una tecnica all’altra quando la fatica sale.

La dragona va infilata dal basso verso l’alto, il polso appoggiato sull’occhiello: la spinta nasce dall’articolazione, non dalla stretta della mano. In discesa, riponi i bastoncini: usarli come freno sposta il baricentro in avanti e favorisce le cadute.

Discesa, idratazione e ferro

La montagna regala discese tecniche che sono un laboratorio per la tolleranza eccentrica. Nei primi giorni, limita i tratti molto ripidi a sessioni brevi: il muscolo non acclimatato all’ipossia accumula più rapidamente microlesioni. Approfitta del terreno tecnico per lavorare sulla frequenza dei passi e sullo sguardo lontano, non sulla velocità.

Un dettaglio spesso sottovalutato: l’ipossia aumenta l’assorbimento di ferro necessario per la sintesi dell’emoglobina. Se la dieta è povera di ferro, l’adattamento eritrocitario si blocca. Integrare ferro eme (da fonti animali) o ferro non-eme abbinato a vitamina C diventa strategico durante un soggiorno prolungato sopra i 2000 metri. Controlla i livelli di ferritina prima di partire.

La montagna non mente

Un soggiorno in quota usato con intelligenza è un mini-blocco di costruzione fisiologica. Non servono chilometri infiniti: 6-8 ore settimanali con 2000-2500 metri di dislivello, alternate a uscite tecniche con bastoncini, innescano adattamenti che ritroverai quando scendi a valle. E la prossima ultra non sarà più la stessa. Buone corse!

Riferimenti

  • Levine BD, Stray-Gundersen J. “Living high-training low”: effect of moderate-altitude acclimatization with low-altitude training on performance. J Appl Physiol. 1997;83(1):102-112.

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Basta riposo totale: la vacanza è per la testa

Woman trail running along a rocky alpine path with jagged mountains in the distance under a blue sky]​, but fix: need proper single sentence.

La vacanza è il momento ideale per allenare la testa

Per molti trail runner, vacanza è sinonimo di stacco totale dagli allenamenti. L’errore più comune è pensare che il riposo coatto sia la scelta migliore per la performance. In realtà, la pausa estiva è il momento ideale per costruire l’aspetto più trascurato del trail running: la resistenza mentale. Hai sonno illimitato, zero stress lavorativo, tempo per recuperare e per sessioni tecniche che durante l’anno salti. Non si tratta di correre di più, ma di correre con intenzione. Montagna o mare, la vacanza diventa il tuo blocco di costruzione mentale, se sai come sfruttarlo.

Perché proprio la vacanza

Il motivo è semplice: mente e corpo si adattano meglio quando non sono schiacciati dalla routine. Dormire 8-9 ore per notte, mangiare senza orari imposti e non avere l’ansia della riunione alle 9:00 abbassa il cortisolo e accelera il recupero. In questo stato di minore stress, il cervello è più plastico: puoi sperimentare strategie di gestione della fatica, provare tecniche nuove (bastoncini, hiking power) e allenare la lucidità sotto sforzo senza la pressione del cronometro. La vacanza è il momento in cui puoi permetterti di sbagliare, di fermarti, di ripetere: il lusso che manca durante l’anno.

Montagna: il laboratorio della resilienza

Gestire il front-loading: la gara inizia dal primo chilometro

Prendi la Lavaredo Ultra Trail 50K, 47,74 km con 2.447 m D+. Il 56,5% del dislivello positivo (1.480 m) si concentra nei primi 20 km. Il profilo è front-loaded, e chi parte troppo forte paga un prezzo altissimo nella parte centrale. In vacanza in montagna puoi simulare esattamente queste condizioni. Scegli un percorso che accumuli gran parte del dislivello all’inizio, e allenati a restare lucido quando il corpo vorrebbe spingere. L’istruzione operativa: parti con un battito cardiaco che non superi il 75-80% della tua frequenza massima, anche se ti sembra di camminare. La mente deve imparare che tenere il freno nei primi 20 km è la scelta vincente. Il segnale a cui badare? La sensazione di poter ancora parlare a frasi intere. Se manca il fiato per farlo, stai già andando troppo forte.

L’altitudine come maestro di accettazione

Le Dolomiti, con tratti sopra i 2.300 metri, e gare come il Monte Amaro Extreme (29,5 km, 2.400 m D+, quota massima 2.793 m) ti portano dove l’aria è rarefatta. Lo studio di Levine e Stray-Gundersen (1997) ha dimostrato che vivere a quota moderata (~2.500 m) e allenarsi a bassa quota (live high–train low) aumenta la massa eritrocitaria e migliora il trasporto di ossigeno. Ma l’effetto più immediato per il runner in vacanza è mentale. Correre oltre i 2.000 metri significa accettare una frequenza cardiaca più alta a parità di sforzo, una sensazione di fatica anticipata e la necessità di ridurre l’intensità senza sentirsi in colpa. Il lavoro mentale in quota è questo: osservare i segnali del corpo, non combatterli. Sali a 2.000-2.500 m durante un’uscita, e per 30-40 minuti cammina o corri piano, concentrandoti sulla respirazione diaframmatica. L’obiettivo non è la performance, ma la capacità di restare calmo quando il corpo ti dice che è al limite. La risposta individuale all’ipossia è variabile (ci sono responder e non-responder), ma l’allenamento mentale vale per tutti.

La tecnica che alleggerisce la mente: i bastoncini

Usare i bastoncini in salita non è solo un risparmio muscolare (fino al 20-30% di carico percepito sulle gambe), ma anche uno strumento di gestione mentale. La cadenza imposta dal passo alternato o dalla spinta simultanea aiuta a mantenere un ritmo costante, evitando le accelerazioni nervose che consumano energie mentali. In vacanza, dedica una sessione specifica alla tecnica: scegli una salita del 12-20% e ripetila due volte, la prima con passo alternato, la seconda con spinta simultanea sui tratti più ripidi. L’attenzione va alla dragona, non alla stretta: senti il carico su dorsali e tricipiti, e lascia che le gambe ruotino sotto di te. L’effetto mentale: la fatica si sposta dalle gambe alla parte superiore del corpo, e la sensazione di controllo cresce.

Mare: il caldo come palestra della lucidità

Anche al mare, senza montagne, puoi costruire una mente da trail. Correre con temperature sopra i 28°C e su superfici cedevoli come la sabbia richiede la stessa accettazione che serve in alta quota. Accetti un ritmo più lento, mantieni la concentrazione sulla tecnica (appoggio di mesopiede, frequenza di passo più alta) e non lasci che la percezione di fatica ti spenga il cervello. La lezione mentale: la performance non si misura in min/km, ma nella capacità di restare nel qui e ora. Al mattino presto, corri 40-60 minuti su sabbia compatta, concentrandoti sulla respirazione e sulla sensazione di calore. Non guardare il GPS: guarda davanti a te e ascolta il ritmo del respiro. È un allenamento di mindfulness applicata, che ti tornerà utile quando un trail si farà duro, e il tuo istinto sarà di mollare.

Il protocollo della vacanza produttiva

In 7-14 giorni di vacanza, puoi strutturare un blocco di costruzione mentale completo. Ecco un esempio basato sulle richieste di trail come la Lavaredo 50K (forza resistente 4/5, hiking efficiente 4/5, tolleranza eccentrica 4/5) e il Monte Amaro Extreme (IV 81,4 m/km, hiking dominante).

  • Back-to-back weekend: due uscite consecutive di 3-4 ore con 1.500-2.000 m D+ totali. La seconda a gambe affaticate. L’obiettivo è imparare a gestire la fatica residua con lucidità, senza cedere alla frustrazione. Segnale: se riesci a mantenere il passo di hiking sulle pendenze >15% anche nella seconda uscita, hai lavorato bene.
  • Hiking power su pendenze severe (≥20%): 4-6 ripetute da 10-15 minuti con bastoncini. Concentrati sulla respirazione e sulla capacità di spingere anche quando le gambe bruciano. La mente deve restare ancorata al gesto tecnico, non al dolore.
  • Sessioni di tecnica di discesa: su single track rocciosi o sconnessi, lavora sulla frequenza di passo (180-200 passi/min) e sullo sguardo anticipato. La mente deve restare ancorata al momento presente, senza distrazioni. È un esercizio di concentrazione pura.
  • Test nutrizione mentale: durante le uscite lunghe, prova la tua strategia di rifornimento e impara a riconoscere i primi segnali di deficit energetico (calo di lucidità, irritabilità) prima che diventino crisi. La fame mentale si allena come un muscolo.

Errori comuni e come evitarli

L’errore più diffuso è voler strafare: trasformare la vacanza in un camp di alta intensità porta al burnout e vanifica il recupero. Il secondo errore è ignorare la qualità del sonno: dormire 8-9 ore a notte è il vero superpotere della vacanza, non sacrificarlo per alzarti all’alba a correre due ore in più. Il terzo è non adattare l’allenamento all’ambiente: al mare, evita le ore centrali e corri all’alba; in montagna, sfrutta le prime ore del mattino per evitare i temporali pomeridiani e per goderti l’aria fresca. Infine, non portare il cronometro come unica misura: la vacanza è il momento in cui il dato secondario è il tempo, il dato primario è la sensazione di controllo.

La mente torna più forte del corpo

La vacanza non è una pausa dall’allenamento: è un blocco di costruzione mentale. Se segui un protocollo che punta a gestire il front-loading, ad accettare l’altitudine o il caldo, a usare i bastoncini per alleggerire la testa, tornerai a casa con la stessa forma fisica ma con una lucidità che nessuna settimana di routine può darti. La prossima gara in montagna – che sia una 50K o un extreme da 29 km – la affronterai con la mente di chi ha già vissuto quelle sensazioni e sa come rispondere. Il corpo seguirà.

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Vacanze in quota: l’integrazione scientifica di altitudine e allenamento per l’ultra trail

Man trail-running on a rocky mountain path with trekking poles, wearing a blue shirt and hydration vest, against rugged peaks under a blue sky

Non chiamarlo riposo

La scena è tipica: luglio, Dolomiti, la tua prossima ultra alpina è a fine agosto. Sei in vacanza a 1800-2200 metri e ti guardi intorno pensando che correre ogni giorno su quei sentieri ti farà volare. L’errore che quasi tutti commettono è credere che allenarsi più in alto equivalga ad allenarsi meglio.

La fisiologia dell’altitudine dice esattamente il contrario: sopra i 2000 metri la tua potenza aerobica scende in modo misurabile, e forzare intensità acclimatanti senza criterio non solo è inutile, ma rischia di accumulare fatica invece che adattamenti. L’integrazione fra vacanza e preparazione ultra funziona solo se applichi il principio live high–train low e sposti l’attenzione sulla specificità tecnica.

Quello che la ricerca ha già dimostrato

Nel 1997 Levine e Stray-Gundersen pubblicarono lo studio che fondò il metodo LHTL: 39 corridori allenati divisi in tre gruppi – chi viveva a 2500 m e si allenava a 1250 m migliorò il tempo sui 5000 m e il VO₂max significativamente più degli altri, grazie a un incremento della massa eritrocitaria mediato dall’eritropoietina. Il meccanismo è lineare: l’ipossia notturna e durante le ore di riposo stimola la produzione di globuli rossi, mentre le sessioni a quota inferiore preservano la velocità e la qualità dell’allenamento. Vivere sempre in alto e allenarsi duro nella stessa condizione ipossica, invece, non dà lo stesso vantaggio perché l’intensità cala.

Nella tua vacanza reale non avrai un laboratorio a 1250 metri a portata di mano, ma puoi declinare il principio: se il rifugio è a oltre 2000 m e la valle è a 1000-1300 m, organizza le sedute di qualità – fartlek, soglia o ripetute brevi – scendendo. Se la logistica non lo permette, l’unica scelta sensata è ridurre l’intensità e accettare ritmi più lenti, perché la percezione della fatica in quota sottostima il carico reale.

La finestra che hai davvero a disposizione

Il tempo in montagna non va sprecato. Poiché l’intensità aerobica pura è limitata dall’ambiente, dedicalo alle abilità che fanno la differenza in una ultra di montagna: potenza di hiking, tecnica con i bastoncini, gestione delle pendenze severe e resistenza eccentrica in discesa. Sono qualità che non risentono della ridotta pressione parziale di ossigeno quanto il VO₂max, e anzi beneficiano di un volume che a casa non riusciresti a costruire.

Hiking power. Su pendenze del 18-25% non serve correre, serve muoversi a passo svelto e fluido, reclutando il tronco. In molte gare alpine, oltre il 50% del dislivello positivo si concentra nella prima metà del percorso: una seduta di hiking power di 60-90 minuti su salita continua ti abitua a tenere lo stesso passo a due ore di gara come a sei ore.

Bastoncini. Non sono un optional. L’uso corretto su pendenze dal 12% al 20% riduce il carico percepito sulle gambe fino al 20-30%, e trasferisce parte del lavoro a dorsali, tricipiti e core. Impara la dragona: la mano va infilata dal basso verso l’alto nel lacciolo, poi il palmo si appoggia sull’impugnatura – la spinta nasce dal polso, non dalla presa. In salita puoi alternare passo alternato (braccio-gamba opposti, fluido) e spinta simultanea sui gradini più ripidi. Inserisci uscite tecniche con i bastoncini per automatizzare il gesto, così in gara non dovrai pensarci.

Discesa tecnica. I sentieri dolomitici o del massiccio del Gran Sasso sono ottimi maestri: single track rocciosi, radici, pendenza media che supera il 12%. Scendere con frequenza alta e sguardo avanti costruisce la forza eccentrica che ti salverà i quadricipiti dopo ore di gara. Qui la quota non è un problema: in discesa lo sforzo metabolico è modesto, puoi allenarti al tuo ritmo anche sopra i 2000 metri.

Costruire un blocco di specializzazione

Organizzare una settimana tipo in altitudine diventa semplice:

  • 1-2 uscite lunghe di endurance in Z1-Z2 bassa, con dislivello importante (1500-2000 m D+) e ritmo esclusivamente di comfort, per capitalizzare l’acclimatazione ematica senza superare la soglia aerobica in ipossia.
  • 1 sessione di hiking power con bastoncini, magari 3-5 ripetute di 15-20 minuti al 18-25% di pendenza, recupero in discesa senza bastoncini, alternando passo alternato e spinta simultanea.
  • 1 uscita dedicata alla discesa tecnica, anche replicando lo stesso tratto con variazioni di passo, per affinare la rapidità e la resistenza eccentrica.
  • Sessioni di qualità in valle, se disponibile, altrimenti cancella la qualità e trasformala in una seconda uscita di hiking o in un’escursione di recupero.

L’effetto netto: torni a casa con la massa emoglobinica in crescita (ci vogliono almeno 2-3 settimane a oltre 2000 m), le gambe abituate a muoversi economicamente su pendenze severe e una tecnica di bastoncini che diventa seconda natura. Non avrai perso velocità, l’avrai sostituita con durabilità specifica.

Il vantaggio misurato al rientro

Quando ridiscendi al livello del mare, il corpo si trova con più globuli rossi e la stessa identica capacità di spingere che avevi prima della partenza, ma con un motore ematico migliorato. È il momento di inserire di nuovo le sedute di qualità su piano e collina, quelle che in quota erano state messe in pausa, e di trasformare quella finestra di montagna in un progresso reale sulla distanza ultra.

Le vacanze in quota non sono una parentesi: sono un blocco di allenamento a sé, da integrare nella programmazione con lo stesso rigore di un ciclo di soglia. La differenza è che ti godi il panorama mentre costruisci la tua miglior versione da ultra-runner.

Buone corse!

Riferimenti

  • Levine BD, Stray-Gundersen J. “Living high-training low”: effect of moderate-altitude acclimatization with low-altitude training on performance. J Appl Physiol. 1997;83(1):102-109.
  • Cavalieri M. Bastoncini nel Trail: Allenamento Trail Running della Settimana. manuelcavalieri.coach, 2026.

Manuel Cavalieri è TrainingPeaks Accredited Coach

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Allenarsi in campagna: come la vacanza costruisce il trail runner

Female trail runner using trekking poles along a rocky dirt path beside a vineyard in a sunlit countryside.

La campagna non è un ripiego

Si pensa che la vacanza sia il momento in cui l’allenamento va in pausa, ma è un’idea che appartiene a chi non corre in natura. La campagna — quella collinare, cruda, con sentieri sterrati, gradoni e salite che tolgono il fiato — può diventare il laboratorio perfetto per costruire la tua prossima gara trail. Non serve un percorso segnato da 2000 metri di dislivello: le colline ripetute, se gestite con logica, replicano fedelmente le richieste di un ultra trail montano. L’errore di molti è ridurre l’allenamento a semplice «mantenimento», perdendo l’occasione di stimoli specifici che sul pianeggiante cittadino sono impossibili.

Il terreno che allena la forza resistente

L’analisi del percorso della Lavaredo Ultra Trail 50K — 47,74 km con 2.447 metri di D+, il 56,5% dei quali concentrati nei primi 20 km — mostra una richiesta di forza resistente di 4 su 5. Tradotto: devi assorbire carichi eccentrici in discesa e spingere in salita per ore, spesso con le gambe già affaticate. La campagna ti offre lo stesso schema se imposti l’uscita lunga con un profilo front-loaded. Scegli un tracciato che concentri salite e discese nella prima metà, poi prosegui su terreno ondulato. Così impari a gestire l’intensità quando hai ancora benzina, senza esplodere dopo. L’alternarsi di rilanci e tratti in piano simula il settore centrale della Lavaredo (20-40 km, +1.050 m D+ e -1.322 m D-), dove la capacità di spingere in discesa con muscoli stanchi fa la differenza.

Anche il Monte Amaro Extreme, con i suoi 28,53 km e 2.686 m D+ (indice di verticalità 81,4 m/km), è un campione di salita concentrata. In campagna puoi trovare facilmente una collina da 150-200 metri di dislivello e concatenarla più volte, costruendo un blocco da 2.500 m D+ totali. L’obiettivo non è replicare la pendenza del 23,7% (la più ripida del MAE), ma allenare il corpo a tollerare il carico eccentrico cumulativo e il cambio di ritmo tra hiking e corsa.

Ripetute in collina: potenza aerobica e hiking efficiency

La salita più ripida del Lavaredo 50K (23,7%) impone un hiking efficiente, non corsa. La stima di percorrenza a passo di camminata è del 23,1% sulla distanza totale. In campagna, sfrutta le pendenze che trovi: cerca uno strappo tra il 15% e il 20% lungo 200-300 metri e trasformalo in una seduta di hiking power. Con i bastoncini (vedi oltre), esegui 8-12 ripetizioni a passo alternato o spinta simultanea, recupero in discesa camminando. L’intensità è alta: arriva a percepire il fiato corto, come se dovessi tenere quel passo per 10 minuti, non per 60 secondi.

Per la potenza aerobica, scegli una salita più dolce (6-10%) e corri a un ritmo vicino alla threshold — quella sensazione in cui parlare diventa spezzato ma non soffochi. Ripetute da 4-6 minuti, recupero pari al tempo di salita. Il richiamo alla Lavaredo è alla pendenza media delle salite C03 e C06, corribili ma impegnative, che in gara si affrontano dopo ore di fatica.

Il consiglio pratico: dopo ogni blocco in salita, inserisci un tratto di corsa in piano o falsopiano per 5-10 minuti. Alleni la transizione muscolare dal lavoro concentrico a quello eccentrico, esattamente ciò che accade nei continui rilanci di un ultra trail.

Bastoncini e tecnica: perché in campagna diventano un’arma

I bastoncini da trail non sono un accessorio per escursionisti, ma una risorsa tattica che distribuisce lo sforzo e protegge le gambe. In campagna, dove i tratti ripidi sono brevi ma ripetitivi, diventano l’ideale per costruire automatismi. Prendi la sessione tecnica descritta nell’allenamento settimanale sui bastoncini: scegli una salita di 15-20 minuti con pendenza media del 12-20% e lavora sulla doppia tecnica.

  1. Prima ripetuta: passo alternato, piantando il bastoncino a livello del piede opposto. Spingi con dorsali e tricipiti, lasciando che il peso si scarichi sulla dragona, non sull’impugnatura. Mantieni un ritmo fluido, busto leggermente inclinato.
  2. Seconda ripetuta: sui settori oltre il 18%, passa alla spinta simultanea: pianti entrambi i bastoncini davanti a te e spingi con forza usando tutto il tronco. Alterna tratti a passo alternato e brevi raffiche di spinta doppia, proprio come farai in gara su pendenze variabili.

La campagna ti permette di concatenare 3-4 salite diverse in un’ora e mezza, lavorando su pendenze mutevoli. Inserisci anche 2-3 minuti senza bastoncini a metà salita: sentirai l’aumento di carico su quadricipiti e polpacci, un segnale prezioso che ti insegna quanto i bastoncini alleggeriscono le gambe (fino al 20-30% di percezione di sforzo inferiore). Non dimenticare mai la sicurezza: dragona correttamente infilata dal basso verso l’alto, mai usare i bastoncini per frenare in discesa, riporli se il sentiero diventa tecnico.

Altitudine e adattamento: se sei in montagna

Se la tua vacanza in campagna si svolge in quota — ad esempio sopra i 1.500 metri — il corpo subisce adattamenti passivi che puoi sfruttare senza stravolgere l’allenamento. Lo studio seminale di Levine e Stray-Gundersen (1997) ha dimostrato che vivere a circa 2.500 metri e allenarsi a quote più basse (live high–train low) aumenta la massa eritrocitaria e il VO2max, proprio grazie all’ossigenazione ridotta che stimola l’eritropoietina.

Se dormi a 1.800-2.000 metri e ti alleni in campagna a quote inferiori (800-1.200 metri), ottieni un effetto LHTL naturale. L’errore è pretendere di tenere i ritmi del livello del mare: a 2.000 metri la disponibilità di ossigeno è minore, quindi corri a sensazione, non a velocità. Riduci l’intensità media del 5-10% per lo stesso sforzo percepito. Concentra le sessioni di qualità sulla potenza in salita e sulla tecnica, dove il limite non è il VO2max ma la forza e l’efficienza. Lascia le ripetute ad alta frequenza per quando tornerai a casa: la quota fa già il suo lavoro passivo.

Anche il semplice camminare in alta quota (sopra i 2.300 metri) esercita un richiamo continuo sul sistema cardiovascolare. Se sei vicino a un Monte Amaro o a forcelle dolomitiche, alterna un giorno di trekking a un giorno di corsa a ritmo lento. La campagna diventa il luogo dove mantenere volume senza bruciare adattamenti.

Nutrizione in vacanza: l’occasione per testare

Il cambio di routine alimentare che accompagna le ferie può essere un’opportunità di test, non un problema. La campagna offre cibo fresco e a chilometro zero: yogurt intero, ricotta, formaggi freschi, uova delle cascine locali, frutta di stagione. Sono tutti alimenti che forniscono proteine di qualità e grassi utili al recupero, senza elaborazioni industriali.

Sfrutta il contesto per:

  • Testare la colazione pre-gara: due fette di pane integrale con marmellata e un bicchiere di latte fresco, oppure un porridge d’avena con frutta secca, consumato 2-3 ore prima dell’uscita lunga. Verifica la tollerabilità gastrica in condizioni reali.
  • Valutare il recupero post-allenamento: una cena a base di pasta con verdure e una porzione di ricotta o uova strapazzate. Misura come ti senti il giorno dopo.
  • Sperimentare l’integrazione in corsa: durante le uscite di 4-5 ore in collina, prova gel, barrette o cibo solido (pane e formaggio, frutta disidratata) per capire cosa digerisci quando l’intensità sale.

Ricorda solo di non trasformare la novità in uno stravolgimento: introduci un alimento alla volta, mai il giorno della sessione più importante. La campagna è un banco di prova meno stressante della gara, perché il passo è gestibile e puoi fermarti se qualcosa non va.

Il microciclo perfetto: sette giorni di allenamento in campagna

Ecco una struttura tipo per una settimana di vacanza che vuole costruire adattamenti specifici senza rinunciare al riposo. L’ho immaginata per un trail runner che prepara una gara con dislivello impegnativo (≥2.000 m D+), ma puoi scalare volumi e intensità.

  • Lunedì – Scarico attivo: 30-40 minuti di corsa lenta su prati o sterrati, seguiti da 20 minuti di mobilità. Il corpo si adatta al nuovo ambiente.
  • Martedì – Hiking power: individuata una collina con pendenze tra il 15% e il 25%, riscaldamento di 20 minuti, poi 8×200 m in hiking con bastoncini (alterna passo alternato e spinta doppia), recupero in discesa camminando. Defaticamento su piano.
  • Mercoledì – Lungo trail front-loaded: uscita di 3-4 ore con il 60% del D+ nella prima metà. Esempio: 15 km con 1.000 m D+ nei primi 20 km, poi falsopiani e discese. L’intensità è conversazionale nella prima ora, poi puoi alzare in base alla sensazione.
  • Giovedì – Recupero attivo o riposo: se sei al mare, nuoto di 40 minuti a bassa intensità; se in montagna, passeggiata in quota con scarso dislivello.
  • Venerdì – Qualità mista: ripetute in salita (5×4 minuti su pendenza 8-10%, recupero 3 minuti in discesa) seguite da 20 minuti di corsa a ritmo medio su sterrato. Lavoro sulla potenza aerobica e sulla capacità di correre dopo la salita.
  • Sabato – Back-to-back: seconda uscita lunga di 2,5-3 ore sul percorso collinare del mercoledì, ma con i bastoncini e cercando di mantenere la stessa qualità del passo fino al termine. La fatica accumulata stimola la durability.
  • Domenica – Rientro o riposo totale: stretching, alimentazione curata, magari una camminata in piano.

Questa scansione sfrutta il principio del back-to-back weekend, caro agli ultra trailer, e trasforma la monotonia dei sentieri di campagna in un microcosmo di stimoli specifici. Se la vacanza dura due settimane, ripeti lo schema con una progressione del 10% sul volume della prima settimana.

Portati a casa gli adattamenti, non i chilometri

La campagna durante le ferie non serve a fare il pieno di chilometri, ma a creare quelle risposte fisiologiche che la città nega: tolleranza al carico eccentrico, efficienza in hiking, automatismi tecnici con i bastoncini, adattamento all’altitudine. Ogni strappo che affronti con metodo è un mattoncino per la tua prossima gara. Tornare a casa con le gambe distrutte e un malanno non è un attestato di impegno: è un errore di programmazione. Struttura la vacanza come un microciclo sensato, goditi il contesto e conserva energia per i mesi successivi. La prossima volta che ti trovi davanti alla C04 del Lavaredo o a una rampa del Monte Amaro, ringrazierai quella settimana passata tra i campi.

Manuel Cavalieri è TrainingPeaks Accredited Coach

Questo è un articolo della Sport Academy

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Test Materiali nel Picco Pre-UTMB: Perché Sbagli Quasi Tutto

Female hiker running along a rocky alpine trail with trekking poles and a backpack, snow-capped mountains in the distance

Il materiale si testa nel picco, non all’ultimo lungo

Si parla molto di preparazione atletica per le gare alpine UTMB, quasi sempre dimenticando che il 50% del successo dipende da ciò che indossi, mangi e impugni. L’errore classico è considerare il test dei materiali un’attività secondaria, da infilare nell’ultima settimana prima del tapering. La realtà è che il picco di preparazione — le 4-6 settimane in cui volume e intensità raggiungono il massimo — è l’unico laboratorio affidabile. Qui puoi riprodurre la fatica neuromuscolare, il carico articolare e lo stress metabolico che incontrerai su 170 km e 10.000 metri di dislivello. Testare prima significa giocare d’azzardo; testare dopo è inutile.

Nutrizione e idratazione: il vero banco di prova

La crisi alimentare in una ultra alpina non è quasi mai un problema di stomaco debole. È un problema di test condotti a intensità troppo basse o su durate insufficienti. Il caso emblematico arriva dall’analisi della preparazione al Tor des Géants: un atleta con nausea e vomito sistematico tra l’ora 7 e l’ora 10, nonostante anni di allenamento aerobico e decine di combinazioni nutrizionali provate. La svolta è arrivata solo simulando uno sforzo di 16 ore con rotazione oraria dei sapori: liquidi, gel, cibo solido e snack salati, alternati ogni ora. Il risultato è stato zero problemi gastrointestinali.

Il perché: l’affaticamento palatale e la ridotta perfusione intestinale a intensità medio-alte sono fattori che emergono solo dopo molte ore. La lettura più pigra è «mi basta un gel ogni 45 minuti». La realtà è che devi testare il tuo piano nutrizionale su uscite di almeno 6-8 ore, con 2.500-3.000 m D+, alla frequenza cardiaca che terrai nei primi due terzi di gara. Se la tua UTMB prevede 24 ore di movimento, devi sapere cosa succede al tuo stomaco dopo la decima ora.

Protocollo di test:

  • Prepara 3-4 fonti caloriche diverse: una liquida (es. maltodestrine-fruttosio in rapporto 2:1), gel di consistenze differenti, barrette o cibi solidi come riso soffiato e frutta disidratata, snack salati come patatine o cracker.
  • Su un’uscita di 6 ore, ruota ogni 60 minuti: ora 1 liquida, ora 2 gel, ora 3 solido, ora 4 snack salato, e ripeti.
  • Registra la comparsa di nausea, pesantezza o calo di energia. Se dopo 6 ore non hai problemi, estendi il test a 10-12 ore nel weekend successivo.
  • Non legare mai il sodio ai carboidrati: porta capsule di sale da 250 mg da assumere a parte, così puoi aumentare l’apporto di sodio senza forzare calorie quando lo stomaco è chiuso.
  • Bevi a sete, con una concentrazione di sodio intorno a 800 mg/L se il tuo test del sudore lo indica, ma verifica sempre se la sete è un indicatore sufficiente sul terreno alpino.

Calzature: non bastano 50 km per dire che vanno bene

L’errore più diffuso è testare le scarpe da ultra su un’uscita di 30 km e dichiararle «perfette». Una calzatura per una UTMB alpina deve proteggere il piede per 15-30 ore, su single track rocciosi, con pendenze medie in discesa superiori al 12% e un indice di verticalità oltre i 50 m/km. L’analisi del percorso della Lavaredo 50K mostra che anche su una distanza più breve, la tolleranza eccentrica richiesta è di 4/5 e la forza resistente di 4/5. Su 170 km, l’effetto cumulativo è esponenziale.

Il perché: dopo 8-10 ore il piede si gonfia, l’avampiede perde sensibilità e la suola che al chilometro 20 sembrava ammortizzare diventa una lamina di cemento. Se la scarpa non ha un volume interno sufficiente o una protezione adeguata sotto la pianta, le vesciche e le contusioni plantari sono garantite.

Come testare:

  • Usa le scarpe su almeno due uscite back-to-back nel weekend di picco: sabato 40-50 km con 3.000 m D+, domenica 25-30 km con 2.000 m D+. La seconda uscita è quella che ti dice la verità.
  • Inserisci tratti di discesa tecnica su roccia e ghiaione, non solo sentiero battuto. La Lavaredo 50K, ad esempio, alterna single track rocciosi a pendenze del 21% a tratti più scorrevoli: la tua scarpa deve tenere in entrambi.
  • Verifica la presenza di punti di sfregamento dopo 6 ore: usa calze identiche a quelle di gara e, se necessario, applica lubrificante o cerotti preventivi già in allenamento per capire se la combinazione regge.

Bastoncini: quando e come testarli

Su un percorso UTMB con pendenze medie in salita dell’11-13% e tratti oltre il 20%, i bastoncini non sono un accessorio, sono un’estensione della tua forza resistente. L’analisi della Lavaredo 50K identifica almeno 4 salite con pendenze superiori al 18%, dove l’hiking power con bastoncini diventa obbligatorio per preservare i quadricipiti. Eppure, molti atleti li testano solo su un’uscita singola, senza provare la gestione nelle fasi di corsa piana o discesa.

L’errore comune: scegliere bastoncini pieghevoli leggerissimi e poi scoprire che dopo 12 ore i meccanismi si bloccano, o che impugnarli con le mani sudate diventa impossibile. Oppure non aver mai provato a richiuderli e riporli nello zaino mentre si corre in discesa, perdendo minuti preziosi a ogni cambio.

Protocollo di test:

  • Utilizza i bastoncini su almeno un’uscita di 6 ore con 2.500 m D+, alternando salite ripide (>15%) a tratti corribili in cui riporli.
  • Prova il sistema di aggancio allo zaino: deve permetterti di estrarre e riporre i bastoncini senza togliere lo zaino, in meno di 15 secondi.
  • Se la gara prevede tratti notturni, testa i bastoncini con i guanti che userai in gara: l’impugnatura in schiuma può diventare scivolosa con l’umidità.
  • Verifica la lunghezza corretta in salita: con il bastoncino piantato a terra, il gomito deve formare un angolo di 90 gradi. Regolala prima di partire e non modificarla mai in corsa.

Abbigliamento e stratificazione: l’errore del «tanto in gara mi copro»

Le gare alpine UTMB si svolgono tra 1.000 e 2.500 metri di quota, con escursioni termiche che possono superare i 20°C tra giorno e notte. Il documentario sulla UTMB 2022 mostra atleti che partono con temperature miti e affrontano la notte sopra i 2.000 metri con vento e umidità. Testare l’abbigliamento solo su uscite diurne o con temperature miti significa non sapere come reagisce il tuo corpo quando la fatica riduce la termogenesi.

Il perché: dopo 12-15 ore di sforzo, la percezione del freddo è amplificata. Una giacca che a riposo sembra sufficiente potrebbe non bastare quando il metabolismo rallenta nelle fasi di hiking notturno. Inoltre, l’attrito dello zaino su tessuti non testati può causare abrasioni che dopo 100 km diventano ferite aperte.

Cosa testare:

  • Completa almeno un’uscita notturna di 4-5 ore nel weekend di picco, indossando tutti gli strati obbligatori: intimo traspirante, maglia a maniche lunghe, guscio antivento/impermeabile, guanti e cuffia.
  • Simula la partenza alle 18:00 e cammina fino a mezzanotte, quando le temperature scendono. Registra se hai freddo, se sudi troppo e se i tessuti rimangono asciutti.
  • Prova la gestione degli strati in movimento: togliere e mettere la giacca senza fermarti, riporla nello zaino mentre cammini. Se non lo fai in allenamento, in gara perderai tempo e calore.

Zaino e sistema di idratazione: il peso che non percepisci subito

Uno zaino da ultra che a inizio uscita sembra comodo può diventare una tortura dopo 10 ore. Il carico sulle spalle, l’attrito sulla zona lombare e la difficoltà di accedere alle borracce mentre si è in movimento sono dettagli che emergono solo con la fatica cumulativa. L’errore tipico è testarlo su uscite brevi, con poca acqua e senza il materiale obbligatorio.

Il perché: con il passare delle ore, la muscolatura del trapezio e delle spalle si affatica, la postura cambia e anche un piccolo punto di pressione diventa doloroso. Inoltre, la capacità di bere regolarmente dipende dalla facilità con cui raggiungi le borracce o il tubo della sacca idrica: se devi fermarti ogni volta, berrai meno del necessario.

Protocollo di test:

  • Riempi lo zaino con tutto il materiale obbligatorio previsto dal regolamento UTMB (giacca, pantaloni lunghi, kit di pronto soccorso, cibo, acqua per almeno 1 litro) e usalo su un’uscita di almeno 5 ore con 2.000 m D+.
  • Verifica che non ci siano sfregamenti sulla zona lombare o sotto le ascelle. Se senti un punto caldo dopo 2 ore, dopo 20 ore sarà una ferita.
  • Prova a bere senza fermarti, sia da borraccia frontale che da sacca con tubo. Se usi la sacca, testa il morso della valvola con le mani fredde o con i guanti: deve essere facile da azionare.

Illuminazione: testare la notte, non il crepuscolo

La UTMB prevede almeno una notte intera di corsa, spesso su single track esposti e tecnici. Molti atleti testano la lampada frontale in un’uscita serale di un’ora, convinti che la potenza in lumen sia l’unico parametro. La realtà è che dopo 8 ore di utilizzo, la batteria si scarica, la fascia stringe sulla fronte sudata e la qualità della luce cambia con la nebbia o la pioggia.

L’errore comune: scegliere una lampada leggerissima con batteria integrata che non permette il cambio rapido. Su 170 km, dovrai cambiare le batterie almeno due volte, e farlo al buio con le dita intorpidite è un’operazione che va provata.

Come testare:

  • Utilizza la lampada su un’uscita notturna di almeno 4 ore, su sentiero tecnico con rocce e radici. Valuta se la potenza (almeno 200 lumen reali) è sufficiente per correre in discesa senza rallentare.
  • Prova il cambio batteria al buio, con le mani fredde e senza appoggiare nulla a terra. Se ci metti più di 30 secondi, cambia sistema.
  • Se la gara prevede nebbia o pioggia, testa la lampada anche con umidità: alcuni fasci di luce creano un effetto muro bianco che riduce la visibilità a pochi metri.

Il test è un processo, non un evento

Il picco di preparazione per una UTMB alpina è l’unica finestra in cui volume, intensità e terreno si avvicinano alla realtà di gara. Ogni materiale che userai deve superare un collaudo progressivo: prima su uscite brevi per escludere difetti evidenti, poi su uscite back-to-back per verificare la durabilità, infine su simulazioni notturne e con condizioni meteo variabili. La regola è una sola: se non l’hai testato per almeno il 70% della durata e del dislivello previsti, non appartiene alla tua gara. Il giorno della partenza non si sperimenta, si esegue.

Manuel Cavalieri è TrainingPeaks Accredited Coach

Questo è un articolo della Sport Academy

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