I tre pilastri della prestazione
La prestazione sportiva non è un singolo numero. È il frutto di un processo di adattamento psico-fisico che coinvolge tre macrocategorie: capacità coordinative (la tecnica), condizionali (forza, resistenza, velocità) e mentali (gestione della fatica, focus, strategia). Queste tre aree si condizionano a vicenda: la debolezza di una compromette l’espressione massima delle altre. Un atleta con un VO2max eccellente ma incapace di gestire il pacing in gara non esprimerà mai il suo potenziale.
Supercompensazione e fitness/fatica
Il modello classico della supercompensazione descrive come l’organismo reagisce a uno stimolo: fase di allarme, resistenza, supercompensazione e, se lo stress è eccessivo, esaurimento. L’allenamento efficace alterna stimolo e recupero per innescare l’adattamento. Ma la realtà è più dinamica: la teoria fitness/fatica spiega che la prestazione in ogni momento è data dalla differenza tra l’effetto positivo cumulativo dell’allenamento (fitness) e quello negativo (fatica). Lo scopo della programmazione è massimizzare la fitness minimizzando la fatica nel giorno della gara.
Carico interno contro carico esterno
Per monitorare questo processo usiamo due famiglie di modelli. Il carico esterno misura lo stimolo oggettivo: chilometri, watt, TSS. Il carico interno misura la risposta fisiologica soggettiva: frequenza cardiaca, RPE, lattato. Il TSS (Training Stress Score) è il modello di carico esterno più diffuso, ma ha limiti importanti: premia il volume sull’intensità, non distingue la qualità del lavoro e non contestualizza (lo stesso TSS in condizioni di caldo estremo o altitudine produce uno stress reale molto diverso). La soluzione operativa è integrare: usare il carico esterno per quantificare il lavoro e il carico interno per capire come l’atleta lo sta digerendo. Due ripetute con identico minutaggio ma RPE molto diversa rivelano se l’atleta tollera meglio lavori continui o intervallati, e su quale leva agire per aumentare il carico.
Durability: il quarto determinante
VO2max, soglia ed economia di movimento sono i tre determinanti classici della performance nell’endurance. La durability è il quarto: la capacità di resistere al calo prestazionale dopo ore di lavoro. Si distingue in durability interna (quanto calo in percentuale rispetto al mio valore da fresco) e durability esterna (quanto esprimo in valore assoluto rispetto agli avversari). Due atleti con FTP identico da freschi possono avere performance molto diverse dopo 4 ore: chi ha una durability interna migliore cala meno in percentuale, ma chi ha una durability esterna superiore produce più watt nel finale. In gara vince chi esprime di più, non chi cala meno.
Integrare i modelli per allenare l’atleta, non i numeri
Nessun modello da solo è sufficiente. Il TRIMP di Banister, il session RPE di Foster, il TSS: ognuno cattura un pezzo del puzzle. La vera abilità del coach è incrociare i dati: usare il carico esterno per verificare la progressione oggettiva, il carico interno per cogliere segnali precoci di affaticamento, e la durability per contestualizzare la prestazione in condizioni di fatica accumulata. Smetti di cercare il numero perfetto. Inizia a leggere l’atleta.

Manuel Cavalieri è TrainingPeaks Accredited Coach
Questo è un articolo della Sport Academy
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